Giuria Giovani 2009

Giovani critici alle prese con il cinema del reale prodotto nella nostra città.
Dopo essere stati giurati del Concorso Internazionale di Filmmaker, la decina di
studenti di cinema lascia il proprio sguardo sui film realizzati da registi milanesi.

 

 

 

ARIMO! di Giovanni Sanicola
Arimo di Mirko Locatelli è un film che fa parlare gli alunni delle scuole elementari e medie dell’Istituto comprensivo Francesco d’Assisi di Milano, di tutto ciò che li riguarda ma anche di ciò che non li riguarda.
La struttura del film è semplice e armoniosa: nell’intervistare i ragazzi su vari temi, dalla propria famiglia alla pena di morte passando per la società, pone come centro assoluto i loro pensieri, i loro giudizi, le loro idee.
I ragazzi partono dal contesto familiare appunto, parlando senza restrizioni in un modo che spiazza per la sincerità, al contrario di tanti adulti che parlano in televisione senza dire assolutamente nulla; a volte sbugiardano gli adulti, sempre abili a fornire regole ma in difficoltà quando si tratta di rispettarle arrivando a momenti di grande divertimento, come quando i bambini raccontano come vengono svolti i lavori di casa dai papà o quando i genitori litigano tra loro dicendo un sacco di parolacce.
Il film ci fa vedere com’è il mondo visto attraverso i loro occhi e come tante volte ci vedano meglio loro, con la verità e semplicità che li contraddistingue da sempre, rispetto agli adulti distorti da bugie e ipocrisie.
Arimo sembra un invito rivolto noi grandi, un invito a fermare il nostro vorticoso mondo e guardare per mezz’ora questi ragazzi ragionare e giudicare ciò che li circonda e magari impararci anche qualcosa.
I ragazzi, con età e caratteri molto diversi tra loro, dimostrano di avere una visione delle cose molto sviluppata, hanno un concetto ben definito di cosa sia il rispetto, di cosa servono le regole e le difficoltà che comporta il vivere tutti insieme, credono nell’uguaglianza della legge (ma loro stessi dubitano su una rigorosa messa in pratica) ed impartiscono una lezione ai grandi che troppo spesso considerano bambini questi ragazzi che non sanno mentire.
COSI' ERAVAMO di Francesca Monti
“La familiarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato”. Susan Sontag parla in questi termini, nel suo celebre saggio Davanti al dolore degli altri, di quelle immagini che, per la loro pregnanza simbolica, sono entrate nel circuito mediatico, divenendo icone inconfondibili di un evento storico. Indebolendosi il legame con la realtà che le ha prodotte, tali immagini ci fanno dimenticare il fatto che una fotografia ha a che fare con delle vite private, quelle dei soggetti che vi sono ritratti. Così eravamo di Bruno Oliviero sembra voler colmare il gap esistente tra un’immagine che acquisisce valenza pubblica e il suo aspetto privato, riguardante un momento di vita individuale.
Nel 2001 a Napoli, Oliviero manifestava come libero cittadino contro il G8. Ci furono episodi di violenza che coinvolsero manifestanti e forze dell’ordine, raccontati nel documentario dalle splendide immagini in bianco e nero di Luciano Ferrara. Il regista si fermò a soccorrere una ragazza con la testa sanguinante. Qualcuno fotografò la scena e i due si ritrovarono in prima pagina su molti quotidiani, usati per raccontare la violenza di quel giorno, proprio loro che manifestavano pacificamente per un mondo migliore.
Otto anni dopo, siamo nel 2009, Oliviero decide di filmare una testimonianza della ragazza. Usando la propria voce, l’autore ci coinvolge nella sua tenera ricerca di conferme, nel bisogno profondamente umano di donare un senso nel presente a ciò che ci ha segnati nel passato. Colpisce la capacità di renderci partecipi al suo disagio, soprattutto quando la ragazza, Allegra, gli dice di non ricordarsi né di lui né del momento fermato sulla fotografia. C’è una distanza indicibile, una dolorosa non corrispondenza tra ciò che per noi è significativo e quello che lo è per l’altro, il cui destino, bizzarramente, si è incrociato per un istante con il nostro.
Il discorso sulla fotografia diventa metafora dell’atto del filmare: qual è la giusta distanza in cui porsi per raccogliere testimonianze ma non invadere il privato altrui? Il dubbio dell’autore prende forma nell’incontro struggente che avviene nel giardino di Allegra. Il regista, di fronte alla ragazza che regge il figlio nato da pochi mesi, sembra in difficoltà; la camera segue gli andamenti emotivi dell’autore, a volte facendosi prossima alle superfici, altre volte escludendo dal quadro i soggetti che stanno parlando. Oliviero cerca la vicinanza con Allegra, per vedere e comprendere meglio, ma tra loro c’è un muro invisibile, come se il tempo trascorso li avesse riconfermati estranei. Oltre al tempo, è passata la voglia di farsi coinvolgere in qualcosa di più grande. In definitiva, quello slancio idealista con cui si era aperto il nuovo millennio e del quale oggi purtroppo non è rimasta traccia. Il ritorno al privato è sancito dalle parole di Allegra: oggi, con un figlio, in quella piazza non tornerebbe più.
Oliviero ci regala un momento di sosta di cui abbiamo bisogno, un respiro emozionante di immagine, sguardo, esperienza umana, in cui la disillusione si tramuta in poesia.
GIALLO A MILANO di Giovanni Magatti
Gli ingredienti necessari per fare un buon film sono... UNA SCENEGGIATURA INNOVATIVA. Sergio Basso aveva una storia importante da raccontare, quella della comunità cinese di Milano. Per non disperdere però il racconto nel caos mediatico aveva bisogno di qualcosa con cui sorprendere la sempre più scarsa attenzione dello spettatore. Ecco allora l’idea: un pretesto narrativo che parte da un gioco di parole. “Gli ingredienti necessari per fare un buon giallo sono… 15”, secondo Sergio Basso, tanti quanti i capitoli con cui ha suddiviso il racconto. Indizio dopo indizio l’indagine si addentra nella Chinatown milanese incuriosendo proprio come un giallo avvincente. IL REGISTA GIUSTO. Sergio Basso prima che regista è uno studioso esperto della Cina e del popolo cinese. Già chiamato da Gianni Amelio a illustrare la Cina per La stella che non c’è, questa volta ci racconta i cinesi che vivono vicino a noi. Uomini e donne troppo spesso dimenticati che ricordiamo solamente quando c’è da contestare la situazione di Via Sarpi. Non è un sociologo Sergio Basso, non vuole insegnarci una soluzione al problema dell’integrazione, ma vuole semplicemente raccontarci una storia che lui ha conosciuto e compreso. UN AUTORE CAPACE. Giallo a Milano non è un tradizionale documentario di cronaca o un classico reportage. Non è nemmeno una fiction. Sergio Basso ha fatto un film d’autore. Partendo da fatti di cronaca ha inventato un film che conquista per il suo stile e le sue scelte. Prima di filmare, ha stretto un forte contatto con i suoi protagonisti: ne ha conosciuto le storie, i problemi e i sogni. Dopodiché ha iniziato a catturarli per riportarceli con un linguaggio semplice e immediato. STORIE PARTICOLARI. È proprio questa scelta di raccontare microstorie che porta lo spettatore ad incontrare i cinesi come singole persone e non come un’insieme anonimo facile da allontanare dietro a un muro di preconcetti. Una cantante lirica, due giovani che si vogliono sposare, un anziano pittore, una coppia che ha lasciato il figlio in Cina... tutte storie di vita vera, vissuta. Insieme alla macchina da presa entriamo nell’intimità delle case, delle aule, perfino dei letti dei protagonisti e ascoltiamo i loro dialoghi che racchiudono progetti e desideri. Un’arma unica per distruggere gli stereotipi che nascono dalla sempre più diffusa incapacità ad ascoltare. UN PO’ D’ANIMAZIONE. Una di queste storie e precisamente la storia di un collaboratore di giustizia, ci è raccontata attraverso le bellissime immagini disegnate da Lorenzo Latrofa. Un modo non solo di raccontare vicende che non si è riuscito a catturare con la pellicola ma una scelta di un linguaggio altro che consente di approfondire non i fatti ma le sensazioni. UN PO’ DI STORIA. L’autore ci presenta anche la Storia, quella con la s maiuscola, spesso dimenticata. Quella di Milano è una delle comunità cinesi più grandi e più vecchie d'Europa. Basso ci parla di una convivenza nata negli anni ‘20 attraverso materiale d’archivio, i ricordi dei suoi più anziani protagonisti e le parole dei più giovani, sottolineando così anche il confronto generazionale interno alla comunità cinese. UN PUBBLICO. Giallo a Milano è un film che nasce per un pubblico preciso: i milanesi e tutti gli abitanti delle grandi metropoli che vivono a fianco delle famiglie cinesi, spesso senza accorgersene. Il regista, stufo della disinformazione di stampa e televisione, punta ad informare e a ridare un nome ed un cognome ad ogni singolo individuo che abita nelle nostre città. Non serve arrivare a 15 ingredienti per dire che il film di Basso è un film riuscito. Anche se avremmo potuto menzionare il dialogo finale davvero struggente, le musiche perfette a sorreggere il ritmo incalzante, i titoli di testa (anche questi un lavoro d’animazione veramente degno di nota). Avremmo potuto inoltre ricordare i contributi degli enti pubblici come la Provincia di Milano, la partecipazione del film al Festival di Torino e al Filmmaker Festival dove ha riscosso calorosi applausi ed infine la proiezione che Basso sta pensando di organizzare nella sala più vicina a Via Sarpi. Insomma tutta una serie di risvolti che questo film di impatto, non certo banale, porta con sé.
IL GIOCATORE NON PUO' CAMBIARE POSIZIONE A SUO PIACIMENTO di Nicholas Di Valerio
Ex Tenebris Lux: Anna Franceschini fa la speleologa nella caverna dell'archè, trova gli archetipi e cura minuziosamente l'esposizione in vetrina. Dichiara questa ricerca, la regista, rivendicando una particolare libertà espressiva nella composizione cinetica delle luci e delle meccaniche di un Luna Park. La dichiarazione promette l'indagine contemplativa di una dimensione sottratta (almeno finora) alla consunzione usurpatrice del
progresso contemporaneo nelle forme d'intrattenimento. Viene da sospettare assieme alla stessa autrice che tale eccezione nasconda radici motivazionali molto profonde: un luogo sottratto al tempo, ma presente nello spazio, è uno scrigno per una verità più grande della
contingenza del momento. Quindi quel che ci si trova non può che essere drammaticamente interessante.
Tutto chiaro e tutto mirabile nell'intenzione di Anna Franceschini. E ci si aggiunge che pare fin da subito chiaro come l'interesse sia per la forma e la sua de/costruzione. Lo smantellamento dell’ingranaggio luminoso del Luna-Park (che possiede ben più che il fascino del dinosauro) parte dal vuoto, anzi dall'assenza. Poi si comprende meglio che l'assenza è esclusiva privazione di compresenza. Solitudine quindi. Primo punto fermo. Poi un giro sulle rotaie e la contemplazione oblunga di un toro meccanico gridano il discorso a voce così alta che rischia di distorcere la percezione. I gas dei neon tengono ben separate le luci, così da non confonderle e il discorso vira sulla pur splendida composizione dell’immagine. Più sale il livello qualitativo della forma (entusiasmante per finezza e capacità di sottrazione: vedi l'incrocio di montaggio tra le due braccia meccaniche), più il contenuto, peraltro dichiarato a parole dalla stessa autrice, sembra
confondersi nella ricerca compositiva: la ricerca di un luogo "più grande della vita", la possibilità scopistica di intrufolarsi in questa costante dove lo strillo della luce è al netto della tenebra, si lascia apparentemente sedurre dalla grazia dello strumento d'indagine.
Una menzione speciale, distinta e composita a quanto detto, va alla scelta e montaggio del materiale sonoro, addirittura in grado di recuperare parzialmente il set-up dichiarato: meccanica dell'ipnosi, clangore del mito, ronzìo della tenebra.
GRANDI SPERANZE di Valentina Desario

Massimo d’Anolfi e Martina Parenti seguono le tracce di tre giovani figli di imprenditori, fornendo un interessante spaccato della nuova classe dirigente italiana, pronta a prendere in mano le redini economiche del paese. Il film documentario è un ironico e disincantato sguardo su questa realtà, e ne descrive, tramite l’intrecciarsi delle vicende dei personaggi, la formazione, i luoghi e le speranze.
Speranze di affermazione personale e professionale, di dimostrare a se stessi e alla società di non essere solamente discendenti di grandi capitani d’impresa, ma di aver ereditato un’autentica vocazione, e di essere in grado di rispondere con successo alle sfide globali con cui un’azienda oggi è chiamata a misurarsi.
I protagonisti sono Antonio Ambrosetti, coordinatore di un corso di formazione destinato a laureati di circa trent’anni con aspirazioni di successo, Federico Morgantini, un arrembante trentenne scottato dalla bolla della new economy che vede nel mercato cinese la possibilità di riscatto personale e infine Matteo Storchi, che dirige la filiale di Shanghai dell’azienda meccanica del padre.
I tre episodi raccontano i personaggi in momenti cruciali della loro esistenza, quando il futuro è carico di aspettative ma tutto è ancora da dimostrare; iniziando con le vicende di Antonio Ambrosetti che col suo corso insegna ai giovani come mantenere il potere attraverso citazioni (“Non confondiamo il dire con il fare e il fare con il risolvere” oppure “No profit, no future”) entriamo nel mondo della formazione dei leader, in cui ogni traguardo sembra a portata di mano.
Gli insegnanti rivelano quali sono le carte fondamentali del successo: prima fra tutte, l’importanza del controllo su se stessi, tramite il quale si può espandere la propria zona d’influenza.  Il corso “Leader del Futuro” non si limita a questo, ma propone viaggi ed esperienze mirati a preparare l’allievo a una conoscenza globale della realtà. E poi, fuori dai banchi di scuola, vediamo i giovani leader che si dirigono in Germania su un pulmino, alla scoperta dei misteri degli impianti eolici.
Nella seconda e terza parte due partecipanti mettono alla prova i loro insegnamenti da “Leader del Futuro”; ed è così che la telecamera segue Federico Morgantini e Matteo Storchi a Shanghai, alla conquista della Cina, che sarà il loro banco di prova.
E qui, tra le luci e la frenesia della cosiddetta “Parigi d’oriente”, il mondo si svela ai protagonisti in tutta sua prevedibile complessità: i due si trovano alle prese con difficoltà logistiche e culturali, scontrandosi con una realtà che non è sintetizzabile in un grafico né in uno slogan, né che si può imparare sui banchi.
Vediamo i due giovani che provano a misurarsi con una cultura lontana e complessa, a cercare un confronto con collaboratori e clienti impassibili che nemmeno lunghe riunioni riescono a smuovere, tantomeno a motivare. E per concludere un finale agrodolce, che non regala allo spettatore nessuna soluzione, ma gli prospetta semmai un orizzonte di perplessità.

LA NATURA DELLE COSE O IL VIVERE PER VIVERE di Francesco Bertocco
C’è una dualità che pare manifestarsi all’interno dell’ordinario, tra due poli opposti che stretti l’uno contro l’altro modellano la realtà della nostra esistenza. Il susseguirsi delle stagioni, dei cicli biologici, degli eventi naturali  sono parte di un processo che avviene all’interno della natura, in cui il macrocosmo e il microcosmo determinano l’esperienza delle cose. C’è qualcosa ne “La nature delle cose” di Maria Giovanna Cicciari e di Federico Chiari che espone l’esser-ci umano al conflitto, quasi epico, tra l’ordinario e l’inopinabile. Che cosa accade in un evento reiterato dall’abitudine, dai compromessi, dal rituale esistenziale tra due persone che per un momento dividono se stesse, nello spazio dei sentimenti e nello spazio di agire? Sembra che ogni cosa si ripeta per confermare l’unione di due vite, che serva in  qualche modo a giustificare e a completare uno spazio condiviso, e un’esperienza all’unisono. Anche la routine, così detta, giustifica il trascorrere del tempo. Però ogni tanto qualcosa si manifesta dentro il placido susseguirsi dell’ordinario, qualcosa di così piccolo, da risultare invisibile, che lentamente corrode fino al punto di dissolvere il continuare a realizzarsi di un’esperienza.
Una coppia decide di partire per un viaggio. Discutono, parlano, in pochi istanti riusciamo a sapere quanto la loro esistenza sia intercambiabile e dignitosa, all’interno di una città come tante. Poi, finalmente, partono. Nella casa vuota si riescono a percepire i rumori di un ambiente domestico svuotato da tempo, il filtrare del passaggio delle macchine dalle finestre. Brevi momenti di luce attraversano i pochi oggetti che la macchina da presa ci svela. Il nostro primo pensiero ritorna a quei due, ai loro futili discorsi, che dentro questa zona d’ombra rimbalzano sommessi. Per un istante scivoliamo nell’apatia di un ambiente che non ci ha lasciato la possibilità di essere interpretato. All’improvviso la luce salta. Siamo costretti a rivedere la scena di apertura del film, quando il congelatore viene riempito. La massima tensione drammaturgica coincide con lo sfaldarsi della materia, il ledersi dello statuto del cibo, come approvvigionamento, un’azione premurosa e abitudinaria come quella della conservazione. La natura delle cose è anche questa. Una privazione genera un confitto, così dalla tensione di un conflitto, possiamo assistere all’evoluzione, al generarsi della materia vivente. Questo è il processo di una dualità che muove dall’alto verso il basso, dal micro a macro, dal collasso fino all’equilibrio. I vermi usciti dalla carne rancida e decomposizione sono la manifestazione della vita nel collasso della materia. L’ossessione di rappresentare i loro piccoli movimenti, di rimandare continuamente alla bruttezza di quelle immagini, manifesta quell’esigenza di voler determinare ogni aspetto dell’ordinario. I vermi sono una forma di privazione che spinge verso l’assoluto e verso la genesi della vita. La decomposizione deforma la materia, come l’improvviso deforma la consuetudine. Gli spazi di confine sono continuamente capovolti e frantumati. La natura delle cose si manifesta nello spezzare la paresi ossessiva del vivere di tutti giorni, dentro e fuori una dimensione privata come una relazione o nella conservazione di una materia con la forzatura dell’artificio e della razionalità (come il refrigeratore).
“La natura delle cose” è dunque un breve elogio all’irrazionale, che nell’evolversi della vita rappresenta, forse, la punta più alta.
TANGO ILLEGAL di Francesca Lissoni
Una Milano che procede a ritmo di musica, con il tempo non più scandito da semafori e orologi, ma da battute e note: così Valentina Sutti, giovane regista esordiente, immagina la grigia metropoli in Tango Illegal.
Le sequenze iniziali del film sono un montaggio, su musica argentina, di immagini di Milano che rappresentano la città come immenso teatro di un balletto. Il traffico di piazzale Loreto, i passanti in galleria, i passeggeri della metropolitana, tutti sembrano muoversi secondo una coreografia prestabilita. Queste prime inquadrature, rese ancor più suggestive per l’audacia dei tagli e che varrebbero da sole il film, sono il preludio di un documentario sul fenomeno nascosto del tango illegale. Alternando scene di ballo e interviste a esperti e musicisti, la regista racconta dei tangueros che nelle sere d’estate si danno appuntamento in piazze e vie di Milano, per scaldarle a ritmo di danza. L’idea è quella di un ballo che possa sciogliere la freddezza urbanistica, cromatica e sonora della città. Un ballo che infranga le invisibili barriere tra le persone, che sia abbraccio.
Le riprese dei danzatori, nell’insolita pista urbana, assecondano il senso del movimento e la sinuosità dei gesti, e lo fanno in modo mai banale. Colpisce per la bellezza visiva la sequenza di due eleganti ballerini che in un vicolo di Milano, alla luce calda del tramonto, si abbandonano al ritmo noncuranti dei passanti increduli. Non solo film di movimento però, ma attenzione anche per i dettagli: primi piani di mani, spalle, polpacci e piedi vengono esaltati dalla nitidezza dell’alta definizione.
Lo affermano esplicitamente i soggetti delle interviste, e lo dichiara con le sue scelte stilistiche Valentina Sutti, il tango è un modo per recuperare una vicinanza reale e carnale tra le persone. Così la regista si permette di fantasticare che i viaggiatori sulla metro, forzati ad uno stretto contatto, all’apertura delle porte procedano all’unisono, come gruppo che a passo di danza segue un’unica direzione.
Guidandoci tra le scene parlate e quelle di tango, la regista ci conduce fino alla bella sequenza finale. Proiettate su una colonna grigia si vedono danzare le ombre di due ballerini che con il loro volteggiare sembrano smussare gli angoli dell’edificio, mescolare le linee, curvare le spigolosità della città, anche solo per il tempo di un giro di tango.