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NUOVI MERCATI, UN CONCORSO E TANTO SATELLITE…
CRONACHE DAGLI STATI GENERALI DEL DOCUMENTARIO
di Dario Barone*
È stato un vero successo.
Gli Stati Generali del documentario, organizzati a Bologna dal
21 al 23 ottobre per offrire agli operatori professionali un
quadro di riferimento sul mercato italiano, hanno visto una
partecipazione di pubblico senza precedenti: oltre 355 iscritti,
75 relatori e 32 giornalisti nei tre giorni di dibattito, 90
partecipanti al workshop della Fox e una rassegna di ben 43
documentari italiani proiettati in due sale dal lunedì
al sabato. Tra le presenze, i rappresentanti di 21 reti televisive
(tra terrestri e satellitari) tra cui Direttore di Rai Tre ed
il VicePresidente di Fox International Channels Europe, il Direttore
Generale del Cinema, il Sottosegretario alle Comunicazioni,
il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni,
il Direttore Generale e il Presidente dell’Istituto Luce, la
Direttrice del Servizio Cinema della Siae, un dirigente dell’Istituto
per il Commercio Estero, produttori e distributori di cinema,
distributori di dvd e poi Angelo Guglielmi e Carlo Freccero,
ex direttori di Rai Tre e Rai Due, Nanni Moretti (in collegamento
telefonico), Gianni Celati e il Sindaco di Bologna, Sergio Cofferati.
Ma al di là delle qualificate presenze e della vivacità
del dibattito, è utile ragionare su cosa sia successo
di così significativo a Bologna, interrogandosi magari
sulla natura del ritrovato interesse che il documentario sta
incontrando di questi tempi.
Innanzitutto è parso chiaro a tutti che il panorama
televisivo è in piena evoluzione. Ora i veri protagonisti
sono i numerosi canali satellitari totalmente dedicati al documentario
(ben 10 dei 45 che operano sulla piattaforma a pagamento di
Sky) che si connotano per la superspecializzazione in un genere,
come History Channel e National Geographic, o, in alternativa,
per un “generalismo specializzato”, come MT Channel (nato dalla
costola della Macchina del Tempo) o Planet che all'interno dei
loro programmi danno spazio a più generi. Centinaia di
ore trasmesse, forse migliaia, ma praticamente tutte d’acquisto,
spesso fornite dalle case madri (statunitensi per i canali Fox)
e ritrasmesse in Italia. Un palinsesto ricco, nutrito da una
politica di acquisti con prezzi variabili dai 1.500 ai 5.000
euro per ora, che però offre un prodotto standard, costruito
per piacere allo stesso modo in Arkansas e a Filicudi. Sia ben
chiaro con questi canali si può anche produrre, come
hanno imparato i partecipanti al Workshop della Fox International
Channels (History Channel e National Geographic) che si è
tenuto sempre a Bologna nei giorni immediatamente precedenti
agli Stati Generali, ma solo a condizione di seguire le loro
rigide e collaudatissime ricette espressive e narrative. Se
a Todi, nel marzo scorso, ci avevano “insegnato” a produrre
per Discovery (anche se non mi pare siano state messe in cantiere
produzioni italiane dopo quel workshop), ora abbiamo capito
come lavorare con Fox. Vorrà dire che piano piano anche
noi italiani impareremo come vanno fatti i documentari e forse
riusciremo a vivere del nostro lavoro: smettendo la pretesa
di voler raccontare il Paese, diventando meno autori e più
professional. Ma siccome i nostri autori (e anche qualche produttore,
diciamolo!) insistono con l’idea che “c’è un paese da
raccontare”, al punto che ne hanno fatto manifesto-appello sottoscritto
da oltre 500 persone, ecco che dalla Fox - History Channel,
arriva un’apertura: il concorso “No Border”, due film di creazione
da finanziare ciascuno con 200.000 dollari! Forza ragazzi, siamo
solo qualche migliaio proviamoci tutti… e il più meritevole
vincerà (ma chi selezionerà i progetti “di creazione”?
gli stessi manager che ci dicono dopo quanti secondi ci vuole
il picco emozionale?). Il concorso “No Border” vuole aiutare
il documentario italiano di creazione e di questo unico segnale
di buona volontà ci rallegriamo, ma forse è poca
cosa e soprattutto temiamo arrivi tardi. In Italia il documentario
di creazione (o d’autore, chiamatelo come volete) è definitivamente
morto, sepolto sotto una valanga di ragionamenti sulle linee
editoriali che incontrano il pubblico, su generi che funzionano
e quelli che non funzionano, sui bilanci che devono essere positivi
(ma chi ha mai pensato il contrario?), sulla televisione pubblica
che non è un bancomat (con tutto quello che ci fanno
passare!), su invisibili direzioni generali che tagliano i budget,
e via dicendo. Per ore e ore – tornando alla cronaca degli stati
generali – non abbiamo sentito altro che questo: smettetela
di raccontare il reale, imparate a fare il documentario "targhettizzato"
(che brutta parola!). E se per caso avete fatto qualcosa di
veramente straordinario (ma non venite a chiedere soldi per
farlo) allora vedrete che qualche passaggio su una rete satellitare
prima o poi arriverà e con i lauti guadagni vi comprerete
il gelato (o i lupini come suggeriva dalla platea un simpatico
regista romano).
Qualche informazione in più? Doc3 (unico appuntamento
di Rai Tre dedicato al documentario) non produce nulla, ma si
limita agli acquisti e comunque, come ha detto garbatamente
il Direttore Ruffini, il progetto ha subito tagli di budget
(conferme meno garbate e più dirette non sono mancate,
comunque). Mediaset – ci ha detto Andrea Broglia, responsabile
dell’area documentari del network berlusconiano e di MT Channel
– aprirà, forse, qualche spazio alla coproduzione nell’area
“storia contemporanea”. Quelli di “Quark”, il team che lavora
per Angela & Figli, continuano la politica del compra e
fai a pezzi (con la benedizione di BBC & Co. che glielo
lasciano fare). I responsabili di Rai Educational, dopo averci
rimproverato di non sapere neanche cosa fanno (ma alle 7 del
mattino dormiamo, mica guardiamo la Tv!), hanno confermato la
linea della produzione interna e dell’appalto, salvo rari casi
di coproduzione. E comunque ci hanno tenuto a dire che “non
sono un bancomat” (risate dalla platea!), rivelando un rapporto
un po’ complesso con il mondo degli indipendenti. Rai Trade,
che pure è solo un distributore, ci ricorda con piacere,
la disponibilità a entrare in coproduzione valorizzando
gli archivi delle Teche Rai. Infine, dei canali Fox abbiamo
già detto (ricordatevi il concorso), mentre dagli altri
canali satellitari (Alice, Leonardo, Cultnetwork, Studio Universal)
non c’è molto da segnalare, se non che sono orgogliosi
della loro programmazione e soprattutto di riuscire a gestire
un canale con pochi soldi. L’Istituto Luce ci ha informato che
ha il compito istituzionale di fare documentari ma i conti devono
quadrare ("noi siamo una S.p.A.!") e le cose che funzionano
sapete bene quali sono: il nostro patrimonio artistico e la
storia raccontata con gli archivi. Abbiamo una strategia di
mercato, hanno detto, non venite a proporci progetti creativi!
Comunque sono disponibili anche loro a entrare in coproduzione
valorizzando gli archivi. Peccato che Sovena e Piersanti (Presidente
e Direttore Generale dell’Istituto Luce) non abbiano ascoltato
l’intervento di Gaetano Stucchi (media consultant, ex Rai e
ex funzionario EBU) che ci ha parlato dei Creative Commons,
un movimento, nato negli USA, che ha l’obiettivo di “accrescere
il numero di opere creative liberamente condivisibili, distribuibili
e, secondo la scelta del loro autore, modificabili” e che si
batte per la libera utilizzazione degli archivi pubblici: la
cosa più interessante e “rivoluzionaria” sentita nei
tre giorni di dibattito (per approfondire andare al sito www.creativecommons.org
e iCommons Italy). Altro che valorizzazione degli archivi!
Ma a Bologna non si è parlato solo di televisione, sotto
l’effetto doping di Fahrenheit 9/11 e delle tagliatelle si è
finalmente affrontato il grande sogno del documentario in sala.
Se Moore ha vinto la Palma d’oro a Cannes con un documentario
e ha incassato dieci milioni di euro solo dalla distribuzione
cinema in Italia, allora dobbiamo provarci anche noi. Provateci,
ci ha detto Gaetano Blandini (Direttore della Direzione Generale
Cinema), perché la nuova legge cinema, i cui decreti
attuativi sono stati appena pubblicati, (per informazioni www.cinema.beniculturali.it)
inserisce fra i generi finanziabili anche il documentario a
carattere narrativo a prioritario sfruttamento cinematografico
(e questa è una battaglia vinta da doc\it, l’Associazione
documentaristi italiani, diciamolo). Quello che Blandini non
specifica è che, con il nuovo reference system, produrre
film indipendenti in Italia (di qualunque genere, non solo documentari)
è diventato molto più complesso. Provateci, ma
non vi fate troppe illusioni, ha aggiunto, tra le righe, un
simpatico Francesco Ventura (sempre Direzione Cinema), che invece
consiglia piuttosto di puntate ai finanziamenti per i cortometraggi,
dove le maglie del reference system sono meno strette. http://www.cinema.beniculturali.it/Così,
in un Paese che non ha mai sviluppato una sistema produttivo
capace di finanziare il film documentario nella sua classica
destinazione televisiva, si salta il fosso e si punta direttamente
alle sale cinematografiche, con buona pace di distributori ed
esercenti come noto sempre ansiosi di investire energie e denari
nella sperimentazione… Forse l’unica speranza di conquistare
veramente le sale cinematografiche arriva dal progetto “DocuZone”,
un network di sale dotate di sistema di proiezione digitale
che permette di programmare contemporaneamente in tutta Europa
uno stesso documentario. L'abbattimento dei costi di copie e
spedizioni è totale e quindi la soluzione si presenta
estremamente economica. Il progetto parte questo mese in sette
paesi europei e in prospettiva, se l’iniziativa prendesse piede,
si potrebbe immaginare un network italiano di piccole sale,
anche in centri periferici, che con costi di gestione molto
contenuti affiancano i documentari alla normale programmazione.
In attesa di vedere se il progetto decolla, se ne sta parlando
con la FICE, la Federazione Italiana dei Cinema d’Essai.
Lasciando da parte il mondo delle televisioni e senza farsi
illusioni sul cinema, i più ottimisti puntano sull'apertura
del mercato a nuovi mezzi distributivi: il settore retail, cioè
l’home video, i dvd in edicola e libreria, sarebbe in grado
di portare all'industria nuove risorse economiche. Ecco quindi
sul palco dei relatori i responsabili di Elleu, Minimumfax,
Dolmen, Fandango, Feltrinelli e Revolver, tutti accomunati nella
lodevole iniziativa di portare in libreria o in edicola molti
bellissimi titoli di documentari. Ci parlano delle loro iniziative
editoriali, dei titoli che potremo comprare con la modica spesa
di un dvd, scopriamo che sono quasi tutti successi internazionali
(cioè quei documentari che in Italia non si possono produrre)
e poi, con un po’ di fatica, escono i numeri, le cifre di questo
nuovo eldorado. Scopriamo così che un buon titolo, tolti
i costi di riproduzione e distribuzione, porta a casa tre, cinque,
forse settemila euro (a parte Re Mida-Moore, s’intende) e scopriamo
quindi che il business non è esattamente interessante
per chi in questo nuovo mercato sperava di trovare un po’ di
risorse per le sue produzioni.
Insomma, dopo tre giorni di dibattito mi sono fatto l’idea
che quel cinema documentario che noi tutti amiamo, quello che
Filmmaker da vent’anni ci offre con una programmazione sempre
sorprendente e di qualità, quel “cinema del reale” che
tanto sta facendo discutere, dal punto di vista produttivo in
Italia continua a non avere cittadinanza.
Ma la voglia di raccontare la realtà è come una
febbre contagiosa, più si chiudono gli spazi di espressione,
più si omologa il prodotto televisivo, più si
emarginano le forze creative e produttive indipendenti e più
cresce il bisogno di raccontare il nostro Paese, le sue trasformazioni,
la gente che lo abita e, perché no, i nostri sentimenti.
Come hanno fatto gli autori dei Cine-Tracs, sguardi da un paese
spaesato, che abbiamo visto l’ultimo giorno di questa maratona.
Un esperimento di cinegiornale totalmente libero e autoprodotto,
alla faccia dei target e del mercato.
*Dario Barone, produttore e distributore indipendente, è
membro del Consiglio Direttivo di doc\it
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