CONTRIBUTI PER UN
DIBATTITO SUL CINEMA

NUOVI MERCATI, UN CONCORSO E TANTO SATELLITE…
di Dario Barone
Dignità per un cinema civile
di Daniele Maggioni
Cinema italiano. Qualche osservazione e una proposta.
di Gianfilippo Pedote
Stati confusionali del documentario italiano
di Dario Zonta
 

NUOVI MERCATI, UN CONCORSO E TANTO SATELLITE…
CRONACHE DAGLI STATI GENERALI DEL DOCUMENTARIO
di Dario Barone*

È stato un vero successo. Gli Stati Generali del documentario, organizzati a Bologna dal 21 al 23 ottobre per offrire agli operatori professionali un quadro di riferimento sul mercato italiano, hanno visto una partecipazione di pubblico senza precedenti: oltre 355 iscritti, 75 relatori e 32 giornalisti nei tre giorni di dibattito, 90 partecipanti al workshop della Fox e una rassegna di ben 43 documentari italiani proiettati in due sale dal lunedì al sabato. Tra le presenze, i rappresentanti di 21 reti televisive (tra terrestri e satellitari) tra cui Direttore di Rai Tre ed il VicePresidente di Fox International Channels Europe, il Direttore Generale del Cinema, il Sottosegretario alle Comunicazioni, il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, il Direttore Generale e il Presidente dell’Istituto Luce, la Direttrice del Servizio Cinema della Siae, un dirigente dell’Istituto per il Commercio Estero, produttori e distributori di cinema, distributori di dvd e poi Angelo Guglielmi e Carlo Freccero, ex direttori di Rai Tre e Rai Due, Nanni Moretti (in collegamento telefonico), Gianni Celati e il Sindaco di Bologna, Sergio Cofferati.
Ma al di là delle qualificate presenze e della vivacità del dibattito, è utile ragionare su cosa sia successo di così significativo a Bologna, interrogandosi magari sulla natura del ritrovato interesse che il documentario sta incontrando di questi tempi.

Innanzitutto è parso chiaro a tutti che il panorama televisivo è in piena evoluzione. Ora i veri protagonisti sono i numerosi canali satellitari totalmente dedicati al documentario (ben 10 dei 45 che operano sulla piattaforma a pagamento di Sky) che si connotano per la superspecializzazione in un genere, come History Channel e National Geographic, o, in alternativa, per un “generalismo specializzato”, come MT Channel (nato dalla costola della Macchina del Tempo) o Planet che all'interno dei loro programmi danno spazio a più generi. Centinaia di ore trasmesse, forse migliaia, ma praticamente tutte d’acquisto, spesso fornite dalle case madri (statunitensi per i canali Fox) e ritrasmesse in Italia. Un palinsesto ricco, nutrito da una politica di acquisti con prezzi variabili dai 1.500 ai 5.000 euro per ora, che però offre un prodotto standard, costruito per piacere allo stesso modo in Arkansas e a Filicudi. Sia ben chiaro con questi canali si può anche produrre, come hanno imparato i partecipanti al Workshop della Fox International Channels (History Channel e National Geographic) che si è tenuto sempre a Bologna nei giorni immediatamente precedenti agli Stati Generali, ma solo a condizione di seguire le loro rigide e collaudatissime ricette espressive e narrative. Se a Todi, nel marzo scorso, ci avevano “insegnato” a produrre per Discovery (anche se non mi pare siano state messe in cantiere produzioni italiane dopo quel workshop), ora abbiamo capito come lavorare con Fox. Vorrà dire che piano piano anche noi italiani impareremo come vanno fatti i documentari e forse riusciremo a vivere del nostro lavoro: smettendo la pretesa di voler raccontare il Paese, diventando meno autori e più professional. Ma siccome i nostri autori (e anche qualche produttore, diciamolo!) insistono con l’idea che “c’è un paese da raccontare”, al punto che ne hanno fatto manifesto-appello sottoscritto da oltre 500 persone, ecco che dalla Fox - History Channel, arriva un’apertura: il concorso “No Border”, due film di creazione da finanziare ciascuno con 200.000 dollari! Forza ragazzi, siamo solo qualche migliaio proviamoci tutti… e il più meritevole vincerà (ma chi selezionerà i progetti “di creazione”? gli stessi manager che ci dicono dopo quanti secondi ci vuole il picco emozionale?). Il concorso “No Border” vuole aiutare il documentario italiano di creazione e di questo unico segnale di buona volontà ci rallegriamo, ma forse è poca cosa e soprattutto temiamo arrivi tardi. In Italia il documentario di creazione (o d’autore, chiamatelo come volete) è definitivamente morto, sepolto sotto una valanga di ragionamenti sulle linee editoriali che incontrano il pubblico, su generi che funzionano e quelli che non funzionano, sui bilanci che devono essere positivi (ma chi ha mai pensato il contrario?), sulla televisione pubblica che non è un bancomat (con tutto quello che ci fanno passare!), su invisibili direzioni generali che tagliano i budget, e via dicendo. Per ore e ore – tornando alla cronaca degli stati generali – non abbiamo sentito altro che questo: smettetela di raccontare il reale, imparate a fare il documentario "targhettizzato" (che brutta parola!). E se per caso avete fatto qualcosa di veramente straordinario (ma non venite a chiedere soldi per farlo) allora vedrete che qualche passaggio su una rete satellitare prima o poi arriverà e con i lauti guadagni vi comprerete il gelato (o i lupini come suggeriva dalla platea un simpatico regista romano).

Qualche informazione in più? Doc3 (unico appuntamento di Rai Tre dedicato al documentario) non produce nulla, ma si limita agli acquisti e comunque, come ha detto garbatamente il Direttore Ruffini, il progetto ha subito tagli di budget (conferme meno garbate e più dirette non sono mancate, comunque). Mediaset – ci ha detto Andrea Broglia, responsabile dell’area documentari del network berlusconiano e di MT Channel – aprirà, forse, qualche spazio alla coproduzione nell’area “storia contemporanea”. Quelli di “Quark”, il team che lavora per Angela & Figli, continuano la politica del compra e fai a pezzi (con la benedizione di BBC & Co. che glielo lasciano fare). I responsabili di Rai Educational, dopo averci rimproverato di non sapere neanche cosa fanno (ma alle 7 del mattino dormiamo, mica guardiamo la Tv!), hanno confermato la linea della produzione interna e dell’appalto, salvo rari casi di coproduzione. E comunque ci hanno tenuto a dire che “non sono un bancomat” (risate dalla platea!), rivelando un rapporto un po’ complesso con il mondo degli indipendenti. Rai Trade, che pure è solo un distributore, ci ricorda con piacere, la disponibilità a entrare in coproduzione valorizzando gli archivi delle Teche Rai. Infine, dei canali Fox abbiamo già detto (ricordatevi il concorso), mentre dagli altri canali satellitari (Alice, Leonardo, Cultnetwork, Studio Universal) non c’è molto da segnalare, se non che sono orgogliosi della loro programmazione e soprattutto di riuscire a gestire un canale con pochi soldi. L’Istituto Luce ci ha informato che ha il compito istituzionale di fare documentari ma i conti devono quadrare ("noi siamo una S.p.A.!") e le cose che funzionano sapete bene quali sono: il nostro patrimonio artistico e la storia raccontata con gli archivi. Abbiamo una strategia di mercato, hanno detto, non venite a proporci progetti creativi! Comunque sono disponibili anche loro a entrare in coproduzione valorizzando gli archivi. Peccato che Sovena e Piersanti (Presidente e Direttore Generale dell’Istituto Luce) non abbiano ascoltato l’intervento di Gaetano Stucchi (media consultant, ex Rai e ex funzionario EBU) che ci ha parlato dei Creative Commons, un movimento, nato negli USA, che ha l’obiettivo di “accrescere il numero di opere creative liberamente condivisibili, distribuibili e, secondo la scelta del loro autore, modificabili” e che si batte per la libera utilizzazione degli archivi pubblici: la cosa più interessante e “rivoluzionaria” sentita nei tre giorni di dibattito (per approfondire andare al sito www.creativecommons.org e iCommons Italy). Altro che valorizzazione degli archivi!

Ma a Bologna non si è parlato solo di televisione, sotto l’effetto doping di Fahrenheit 9/11 e delle tagliatelle si è finalmente affrontato il grande sogno del documentario in sala. Se Moore ha vinto la Palma d’oro a Cannes con un documentario e ha incassato dieci milioni di euro solo dalla distribuzione cinema in Italia, allora dobbiamo provarci anche noi. Provateci, ci ha detto Gaetano Blandini (Direttore della Direzione Generale Cinema), perché la nuova legge cinema, i cui decreti attuativi sono stati appena pubblicati, (per informazioni www.cinema.beniculturali.it) inserisce fra i generi finanziabili anche il documentario a carattere narrativo a prioritario sfruttamento cinematografico (e questa è una battaglia vinta da doc\it, l’Associazione documentaristi italiani, diciamolo). Quello che Blandini non specifica è che, con il nuovo reference system, produrre film indipendenti in Italia (di qualunque genere, non solo documentari) è diventato molto più complesso. Provateci, ma non vi fate troppe illusioni, ha aggiunto, tra le righe, un simpatico Francesco Ventura (sempre Direzione Cinema), che invece consiglia piuttosto di puntate ai finanziamenti per i cortometraggi, dove le maglie del reference system sono meno strette. http://www.cinema.beniculturali.it/Così, in un Paese che non ha mai sviluppato una sistema produttivo capace di finanziare il film documentario nella sua classica destinazione televisiva, si salta il fosso e si punta direttamente alle sale cinematografiche, con buona pace di distributori ed esercenti come noto sempre ansiosi di investire energie e denari nella sperimentazione… Forse l’unica speranza di conquistare veramente le sale cinematografiche arriva dal progetto “DocuZone”, un network di sale dotate di sistema di proiezione digitale che permette di programmare contemporaneamente in tutta Europa uno stesso documentario. L'abbattimento dei costi di copie e spedizioni è totale e quindi la soluzione si presenta estremamente economica. Il progetto parte questo mese in sette paesi europei e in prospettiva, se l’iniziativa prendesse piede, si potrebbe immaginare un network italiano di piccole sale, anche in centri periferici, che con costi di gestione molto contenuti affiancano i documentari alla normale programmazione. In attesa di vedere se il progetto decolla, se ne sta parlando con la FICE, la Federazione Italiana dei Cinema d’Essai.

Lasciando da parte il mondo delle televisioni e senza farsi illusioni sul cinema, i più ottimisti puntano sull'apertura del mercato a nuovi mezzi distributivi: il settore retail, cioè l’home video, i dvd in edicola e libreria, sarebbe in grado di portare all'industria nuove risorse economiche. Ecco quindi sul palco dei relatori i responsabili di Elleu, Minimumfax, Dolmen, Fandango, Feltrinelli e Revolver, tutti accomunati nella lodevole iniziativa di portare in libreria o in edicola molti bellissimi titoli di documentari. Ci parlano delle loro iniziative editoriali, dei titoli che potremo comprare con la modica spesa di un dvd, scopriamo che sono quasi tutti successi internazionali (cioè quei documentari che in Italia non si possono produrre) e poi, con un po’ di fatica, escono i numeri, le cifre di questo nuovo eldorado. Scopriamo così che un buon titolo, tolti i costi di riproduzione e distribuzione, porta a casa tre, cinque, forse settemila euro (a parte Re Mida-Moore, s’intende) e scopriamo quindi che il business non è esattamente interessante per chi in questo nuovo mercato sperava di trovare un po’ di risorse per le sue produzioni.

Insomma, dopo tre giorni di dibattito mi sono fatto l’idea che quel cinema documentario che noi tutti amiamo, quello che Filmmaker da vent’anni ci offre con una programmazione sempre sorprendente e di qualità, quel “cinema del reale” che tanto sta facendo discutere, dal punto di vista produttivo in Italia continua a non avere cittadinanza.
Ma la voglia di raccontare la realtà è come una febbre contagiosa, più si chiudono gli spazi di espressione, più si omologa il prodotto televisivo, più si emarginano le forze creative e produttive indipendenti e più cresce il bisogno di raccontare il nostro Paese, le sue trasformazioni, la gente che lo abita e, perché no, i nostri sentimenti. Come hanno fatto gli autori dei Cine-Tracs, sguardi da un paese spaesato, che abbiamo visto l’ultimo giorno di questa maratona. Un esperimento di cinegiornale totalmente libero e autoprodotto, alla faccia dei target e del mercato.

 

*Dario Barone, produttore e distributore indipendente, è membro del Consiglio Direttivo di doc\it