Comunicato festival
 

Festival Internazionale FILMMAKER Doc 9
Milano 17-23 novembre 2004
Spazio Oberdan
Direttore: Silvano Cavatorta

Si svolge dal 17 al 23 novembre allo Spazio Oberdan della Provincia di Milano, la nona edizione del Festival Internazionale FILMMAKER - DOC. Il Festival si articola in varie sezioni: il concorso internazionale sui temi del lavoro e del sociale, la vetrina dei lavori prodotti con un contributo di FILMMAKER dal titolo “Paesaggi umani” e una panoramica sui “fuori formato”.
E’ inoltre in programma una retrospettiva sul regista franco-cambogiano Rithy Panh, che verrà invece presentata presso il Cinema Gnomo del Comune di Milano, dal 24 al 28 novembre.

Il festival è realizzato con il sostegno di:
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali/Dipartimento dello Spettacolo;
Regione Lombardia/Direzione Generale Cultura, Identità e Autonomie della Lombardia;
Provincia di Milano/Settore Cultura;
Comune di Milano/Cultura e Musei, Spettacolo – Milano Cinema;
Comune di Milano/ Direzione Relazioni Internazionali, Ufficio S.O.C.I.;
Comune di Milano/Ufficio Esteri e Gemellaggi


1. Concorso internazionale per film e video su 'lavoro e temi sociali'

I film selezionati concorreranno ai premi ufficiali assegnati dalla giuria composta dai registi Antonio Bocola e Paolo Vari, dallo scrittore Giuseppe Genna, dalla sindacalista Anna Milani, dallo storico del cinema Vincenzo Buccheri, dall’organizzatrice eventi Fnac Milano Sarah Branduardi e dalla direttrice della IIa Casa di Reclusione di Milano Lucia Castellano. Il primo premio ammonta a 5.000 euro, il secondo premio a 1.250 euro e il terzo premio – assegnato da Fnac – a 1.250 euro.

I titoli:
- “Aral – I pescatori del lago invisibile” di Carlos Casas e Saodat Ismailova (It/Uzb 2004, col. 52’)
Moynak, Repubblica dell’Uzbekistan, ex costa del lago d’Aral. Una landa deserta e brulla. Lo sfruttamento sbagliato dei fiumi per l’irrigazione, voluto dalle autorità sovietiche nel 1951, e la coltivazione intensiva del cotone hanno ridotto dell’80% le acque del lago d’Aral. La vita dei suoi abitanti, fondata sulla pesca, è stata distrutta. In questo documentario si parla di tre generazioni. I vecchi, che ancora ricordano quando il lago era florido e ormai rassegnati alla sua e loro morte, gli adulti, che ancora cercano di vivere in quelle terre, che non vogliono abbandonare e sperano in un ritorno dell’acqua (la saggezza popolare dice che la terra cambia ogni 40 anni…) e i ragazzi che il lago l’hanno solo sentito raccontare e non riescono neppure a immaginarlo diverso da come è ora. Le immagini, con una fotografia dalle luci calde e dorate (con una predominanza dei colori ocra, azzurro e bianco) in contrasto con la durezza e la freddezza del paesaggio, descrivono scene di vita quotidiana: i disperati tentativi di pesca, la raccolta della legna sotto la neve, l’operazione di pulizia del pesce, le preghiere, le chiacchiere fra gli anziani… Aral non parla di politica o di ecologia, anche se il lago rimane come memento di quello che è considerato uno dei più grandi disastri del nostro pianeta, l’attenzione è focalizzata sulla volontà di sopravvivenza dell’essere umano.
- “A Bar at the Victoria Station” di Leszek Dawid (Pol 2003, col. 56’)
La difficile situazione economica in Polonia rende la vita precaria per migliaia di giovani. Piotr e Marek sono due di loro. All’età di 26 e 29 anni vivono ancora a casa dei genitori facendosi mantenere da loro nella piccola città di Kluczbork, dove non hanno prospettive di lavoro. Decidono quindi di partire per Londra, una terra promessa, nella speranza di un futuro migliore (il sogno di uno di loro è un piccolo bar a Victoria Station). Il documentario inizia in media res, il regista mostra i preparativi già in atto per la partenza con tutti i problemi che questa comporta: trovare i soldi per il viaggio, i documenti per passare la dogana, un posto dove stare una volta giunti a Londra e ovviamente un lavoro. Nel film c’è un terzo protagonista: il telefono, strumento essenziale per i due giovani, non a caso moltissimi sono i momenti, spesso fondamentali, che vedono i due giovani parlare al telefono. Il loro peregrinare per le strade di Londra è intervallato dalle loro conversazioni nelle cabine telefoniche per rispondere soprattutto ad annunci di lavoro, che a volte si rivelano delle esche per la vendita a caro prezzo dei permessi di lavoro.
- “Cachorro louco”(Cane rabbioso) di Cesar Meneghetti, Elisabetta Pandimiglio (Br 2003, col. 6’)
I motoboys sono fattorini principianti, hanno tra 18 e 29 anni. Ogni giorno a San Paolo un motoboy si schianta per la strada lasciando sull’asfalto di una delle città più trafficate del mondo la speranza di una vita decente. Gli autisti di San Paolo li chiamano cachorros louchos, cani rabbiosi. Sono giovani, audaci, irrispettosi e imprudenti, mettono in pericolo non solo la loro vita ma anche quella degli altri, perché non hanno nulla da perdere, come loro stessi raccontano nelle testimonianze raccolte. Ormai costituiscono un vero e proprio clan, sono più di 439.000 ed essere un motoboy non è una semplice occupazione, ma uno stile di vita vero e proprio. Percorrono dai 200 ai 500 km al giorno, guadagnando 2 dollari all’ora e trasportando di tutto. E l’ultimo sogno è la normalità, anche se qualcuno dice che i giovani di San Paolo non hanno sogni o comunque li abbandonano troppo presto perché possano ricordarsene.
- “Fasinpat - Fabbrica sin patron” di Daniele Incalcaterra (Arg 2004, col. 65’)
Nella provincia di Neuquèn, Patagonia Argentina, una fabbrica di ceramiche, la Zanon, che aveva prosperato durante gli anni della dittatura e del governo Menem, minacciava di licenziare la metà dei suoi operai per evitare la chiusura definitiva dovuta alla crisi del mercato. Alla fine del 2001 gli operai non accettarono di negoziare i licenziamenti e occuparono la fabbrica. Da allora la Zanon sta producendo guidata dai suoi operai, che utilizzando solo il 15% della sua capacità produttiva questi hanno saputo creare nuovi posti di lavoro per i disoccupati e garantire a tutti un salario di 800 pesos. Ovviamente questa situazione non piace al potere politico che ha cercato di eliminare questo tipo di esperienze. In Argentina ci sono circa 100 fabbriche che stanno seguendo l’esempio di lotta degli operai della Zanon.
Quello che poteva essere un semplice reportage diventa in questo documentario una narrazione partecipata ma non retorica di una complessa situazione di disoccupazione e di lotta per mantenere il proprio lavoro. Immagini di repertorio sono alternate alla situazione presente. La vicenda sono raccontate direttamente dagli stessi protagonisti sul campo, durante riunioni, comizi, interventi alla radio, il tutto catturato dall’occhio dal regista, presente ma non intrusivo. Uno sguardo dall’interno, partecipe.
-“Aus Liebe zum Volk” (Vi amo tutti) di Eyal Sivan, Audrey Maurion (Germ/Fr 2004, col. 88’)
Ultimo giorno di lavoro di un agente della Stasi, il famigerato servizio segreto della Germania Est durante gli anni della Guerra fredda. Dopo la caduta del muro di Berlino la Stasi non ha più ragion d’essere e così si procede al suo smantellamento in nome di una Germania finalmente unita e libera. Le migliaia di dossier su veri o presunti dissidenti giacciono ora inutili negli archivi o gettati lungo i corridoi o per le trombe delle scale, in un gesto di estrema liberazione da parte di chi era stato vittima delle indagini. Emblematiche e fondamentali per il loro significato sono le continue riprese delle telecamere nascoste ovunque, che seguono i cittadini nei locali pubblici, per le strade e perfino in casa e registrano ogni atto riportandolo sugli schermi nella centrale operativa della Stasi, dove gli agenti catalogano ogni azione. Pratica di orwelliana memoria neppure troppo lontana anche dall’odierna realtà…
L’uomo, voce off narrante e sguardo in soggettiva per buona parte del film, parla con una certa malinconia e rimpianto della sua vita, del suo lavoro, dei suoi ideali e in particolare del socialismo, vissuto come realizzazione verso cui tendere.
- “Maquilas” Beppe Maria Gaudino, Isabella Sandri (It 2004, col. 120’)
Ciudad Juarez, una città in mezzo al deserto, nel nord del Messico e al confine col Texas. E’ lì che vengono rigettati i clandestini che non riescono a passare il Rio Bravo per andare negli Stati Uniti. Intelligentemente il capitale straniero ha pensato bene di piantare lì circa 400 fabbriche (le ‘maquilas’) in 18 parchi industriali (zone franche chiamate Export Processing Zones) perchè Ciudad Juarez è una città veramente conveniente, dove si prende e non si paga. Nessuno paga niente, né tasse, né dazi; poco o niente la mano d’opera; non si è obbligati a smaltire o a restituire i rifiuti industriali e tossici ai Paesi esportatori di materie prime che vengono lavorate qui in Messico. Nessuno paga niente neanche per l’omicidio. E’ a Ciudad Juarez che i contadini venuti dal sud possono nel giro di qualche anno, lavorando come degli schiavi nelle maquilas a ritmi terribili per circa 50 dollari alla settimana, raggiungere i loro sogni: un’automobile una casa di blocchetti di cemento. E’ questa l’unica possibilità offerta loro dalla politica neoliberista del governo messicano avvallata dai “Trattati di Libero Commercio” con Stati Uniti, Canada, Giappone, Europa e dal WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. In cambio resta come unico patrimonio l’ennesima discarica della vita e della sua qualità.
- “Padre Pio Express” di Ilaria Freccia (It 2003, col. 56’)
Un gruppo di anziani in gita al Santuario di Padre Pio a San Giovanni Rotondo: 30 euro, pullman e albergo compresi, il tutto organizzato da una ditta di vendita diretta. La regista descrive una realtà molto diffusa ma poco conosciuta: due giorni tra preghiera, benedizioni in serie, divertimento, momenti surreali e commoventi, serata danzante e vendita finale (vero scopo del viaggio). Ilaria Freccia si sofferma con la telecamera soprattutto sui volti, che meglio di molte parole raccontano i pensieri e le emozioni dei protagonisti: lo stupore, l’ingenuità, la partecipazione, ma anche a volte la perplessità degli anziani ospiti fanno da contraltare all’espressione divertita, furba, un po’ calcolatrice e cinica dei due venditori (che ricordano da vicino il Gatto e la Volpe). Il risultato è uno sguardo, a tratti ironico, su un’Italia quasi kitsch in bilico fra religiosità e superstizione, tradizione e consumismo, sacro e profano, souvenir e preghiere.
- “Le Passeur” (Il traghettatore) di Raphaelle Aellig Regnier (Ch 2004, col. 52’)
La morte è una pratica quotidiana per Eusebio Sanchez, impiegato da quasi trent’anni alle Pompe funebri di Ginevra. Questo film penetra con pudore, ma allo stesso tempo con realismo, un tabù della nostra società, la morte, e ci mostra una professione per certi versi difficile e di cui si parla poco, quella del becchino. Il silenzio della morte si contrappone nel film all’esigenza di poterne parlarne, di confrontarsi con gli altri, di trovare una valvola di sfogo, sia fra colleghi sia con gli amici e la famiglia per poter rendere tutto più normale. Attraverso il protagonista, utilizzando una fotografia fredda e pochi movimenti di macchina (scelte stilistiche in linea con l’argomento trattato) la regista mostra con rispettoso silenzio i gesti quotidiani di questo lavoro: lavare i cadaveri, pettinarli, vestirli, metterli nella bara, accompagnarli in chiesa e al cimitero e intrattenersi con i parenti. Particolarmente significative ed evocative sono le inquadrature delle mani delle persone morte e delle mani dei becchini che le vestono, la vita che letteralmente tocca la morte per darle ancora una parvenza di vita. Quello di Eusebio e dei suoi colleghi è un lavoro psicologicamente duro, che mette a confronto con il più grande mistero dell’esistenza umana e a volte i ricordi di tutti i volti che questi uomini hanno visto passare sembrano un carico troppo pesante da sopportare.
- “Pietre, miracoli e petrolio” di Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella (It 2004, col. 56’)
Negli anni novanta l’Eni scopre un giacimento di petrolio in Basilicata, nella Val d’Agrì a 60 km a sud di Potenza. Questo pozzo petrolifero è uno dei più grandi dell’Europa continentale e riesce a far fronte all’8% del bisogno nazionale. C’è solo un piccolo problema: il pozzo è situato all’interno di un’area destinata a diventare parco nazionale. L’estraneità del giacimento petrolifero rispetto al luogo è rappresentata dal regista con le numerose panoramiche della valle ripresa da diversi punti di vista, nelle quali la struttura di ferro emerge come un corpo non integrato e fastidioso, anche esteticamente. Da questo fatto Gianfranco Pannone parte per la sua personale documentazione costruita alternando immagini di repertorio in un suggestivo bianco e nero a interviste e racconti delle persone coinvolte. In particolare tre sono le storie che diventano emblematiche e che si incrociano in questa vicenda, che alterna riflessioni sui programmi di sviluppo per la zona grazie ai proventi delle royalties di sfruttamento a riflessioni sull’esigenza di mantenere intatto un patrimonio naturale che rischia di andare irrimediabilmente perso. Tre sono le figure chiave che Pannone porta in primo piano ma che sono lo specchio delle diverse posizioni della gente del posto. Francesca Leggeri, titolare di un’azienda di agriturismo. Vittorio Prinzi, sindaco di Viaggiano, il comune più importante della zona. Gianni Lacorazza, giornalista di una testata on line.
- “Summer Lighning” (Lampi d’estate) di Nicos Ligouris (Germ/Gr 2004, col. 81’)
Costa sud dell’isola di Creta, la veranda di un piccolo albero a gestione famigliare al di fuori dei più frequentati giri turistici è il set principale di questo film. L’attesa, in un piccolo mondo dove il tempo sembra passare senza che accada mai nulla, è la condizione esistenziale che caratterizza i protagonisti, alla maniera di Cecov o Beckett. E una macchina fotografica è il mezzo per cercare di afferrare l’inafferrabile, fotografando la stessa porzione di mare e cielo tutti i giorni a differenti orari per cercare di cogliere le variazioni della luce sperando di riuscire prima o poi a catturare la “lampi dell’estate”, raro fenomeno che si manifesta quando il cielo è particolarmente limpido, ma dopo 5 anni e più di 5000 fotografie quella luce non è ancora stata colta. Una metafora questa per le riflessioni sulla vita, sul passare del tempo e sul significato delle azioni quotidiane (scandite dall’arrivo dei turisti e delle stagioni) che il protagonista nella sua semplicità si pone. Una sorta di saggio filosofico sempre a metà strada fra il dionisiaco (i sentimenti) e l’apollineo (la ragione) in una sorta di nietzchiano eterno ritorno. Il regista sceglie di raccontare le giornate della famiglia e in particolare del padre come in una sorta di diario narrato da una voce over e scandito dal passare dei mesi (da luglio ad aprile).
- “Tarifa Trafic” di Joakim Demmer (Ch/Sp 2003, col. 60’)
Tarifa è una città nel sud della Spagna, il punto più a sud di tutta Europa. Sulle spiagge, al mattino, accanto ai giovani che fanno wind surf e ai turisti che prendono il sole, spesso capita di trovare cadaveri di immigrati clandestini che non ce l’hanno fatta ad attraversare lo Stretto di Gibilterra dal Marocco o da altri Paesi della costa africana. Il regista documenta questa dura realtà attraverso le sofferte e partecipate testimonianze di coloro che ogni giorno si confrontano con la disperazione di questa situazione (un agente della guardia civile e uno della Croce Rossa, un giornalista locale, un esponente di un’organizzazione per i diritti umani, un impresario di pompe funebri e il fratello di uno dei clandestini morti durante una traversata) utilizzando una narrazione in voce off e delle immagini dalle luci fredde, livide, soprattutto di tramonti e albe. Estremamente suggestive sono le numerose panoramiche del mare con tutti i suoi segreti e le vite che si è portato via accompagnate dalla malinconica musica di una tromba e il lungo piano sequenza che segue l’avvistamento di una pateras (barca con la quale arrivano i clandestini) in balia delle onde, il loro tentativo di sbarco vicino alle rocce e infine i primi piani dei volti di questi uomini stremati, smarriti e spaventati, il tutto in un silenzio carico di significato, perché “alla fine si smette di farsi domande, non ci sono risposte”.
- “Tre donne in Europa” di Corso Salani (It 2004, col. 60’)
L’Unione Europea si è aperta verso Est con l’ammissione di alcuni Paesi che fino a pochi anni fa facevano parte di blocco politicamente contrapposto all’Occidente. Stati piuttosto sconosciuti, lontani per usi e costumi, per lingua e cultura, ma vicini per una comune appartenenza continentale, per identici desideri e identiche necessità. Con questo documentario il regista ha voluto ritrarre la vita quotidiana di questi Paesi per scoprirne i lati più ordinari e usuali. Per fare questo sceglie di raccontare l’esistenza di tre donne, giorno per giorno, nelle occupazioni abituali al lavoro, con gli amici, nel tempo libero… per mostrare alla fine quanto le loro vite siano in sostanza simili a quelle delle coetanee occidentali, le barriere sono ormai definitivamente cadute. Agi (27 anni, ungherese) è una maestra di scherma e studia economia all’Università, Gabriela (25 anni, polacca) fa la maestra di sci e di nuoto per i bambini e Liene (28 anni, lettone) è una disegnatrice e animatrice di pupazzi per film d’animazione. Agi, Gabriela e Liene rappresentano tre ragazze moderne ed emancipate, lontane dagli stereotipi che forse ancora resistono sui Paesi dell’Est dominati dal comunismo.


2. Progetto produttivo "Paesaggi umani"

Dal 1985 Filmmaker offre, in ogni sua edizione, un contributo finanziario a cinque o sei giovani autori per realizzare un film o un video. Documentari, cortometraggi, film d’animazione e lavori sperimentali vengono realizzati a partire da una selezione dei migliori progetti arrivati in risposta al bando diffuso qualche mese prima. Si tratta di un lavoro di sostegno alla produzione di giovani registi che, dobbiamo dire, purtroppo non ha eguali in Italia nella sua sistematicità e coerenza. Fra i lavori finanziati negli anni precedenti ci sono alcuni degli esordi di maggiore carattere e originalità del cinema italiano degli ultimi anni: Silvio Soldini, Paolo Rosa, Alina Marazzi, Giovanni Maderna, Michelangelo Frammartino, Paolo Vari e Antonio Bocola. In quasi vent’anni di sostegno alla produzione, Filmmaker ha registrato e rappresentato l’affermarsi o lo svanire di nuove tendenze, tentativi di elaborare approcci diversi alla professione, il consolidarsi di nuove tecnologie e delle relative “estetiche”, e l’evoluzione del gusto e della sensibilità nella realizzazione di film o video. Questa ricchezza si traduce ormai in decine di opere che arrivano a comporre un mosaico vivo e originale di sguardi sulla nostra città e sul suo territorio. Anche quest’anno i sette progetti produttivi di Filmmaker aggiungono qualcosa di nuovo a questo mosaico, lo integrano, lo arricchiscono, esplorano ambienti e personaggi di Milano e della Lombardia, proponendo sguardi inediti sulla nostra realtà o costruendo storie che la illuminano da angolazioni sorprendenti.
“Amore, Milano…” di Bruno Oliviero, vincitore del premio Kodak-Blue Gold.
Un romanzo come guida di Milano. Bruno Oliviero utilizza Un amore di Dino Buzzati come mappa affettiva della città in cui si è da poco trasferito. L’amore raccontato nel libro viene rievocato con vivacità e sapienza affabulatoria da Almerina Buzzati. Insieme al suo rapporto con Buzzati la signora ricostruisce una Milano irrimediabilmente lontana, una città che si poteva assaporare guardando in su dal sedile di una decappottabile che solca la notte. La città che i milanesi non riescono più a vedere viene restituita sullo schermo dallo sguardo del regista che procede alternando associazioni libere e stringenti connessioni. Le immagini di esibita fissità del pittore Marco Petrus si alternano a impressionistici home movies che registrano i primi vagiti e i primi passi del piccolo Giorgio, il figlio di Oliviero e di Carlotta Cristiani che costituisce la ragione prima e il motore nascosto dell’intera operazione. Un film sospeso fra riflessione intima e oggettivazione, o meglio un lavoro di oggettivazione della propria intimità che l’autore definisce felicemente un documentario d’amore.
“Codice blu” di Mara Duchetti è invece una storia di fantascienza, ambientata a Milano 2. T-14 è un agente del governo del Villaggio 70, un luogo apparentemente meraviglioso guidato da un’oligarchia (i Governatori che stanno in stanze nere…) che assicura benessere e serenità, le immagini mostrano infatti giardini e case ben curati con un sottofondo di musica classica. L’agente T-14 ha il compito di catturare i ribelli che minacciano la serenità degli altri abitanti (in gergo Codice blu). Per la prima volta però, mentre cerca di catturare una donna, si imbatte in una serie di fotografie che ritraggono il Villaggio 70 come un luogo malinconico e decadente. Le immagini di luoghi che lui non pensava neppure potessero esistere danno inizio a una sua profonda presa di coscienza. L’uomo riferisce che “Niente fu più come prima… Per la prima volta quella notte sognai… e capii…”, decide di lasciare libera la donna e quindi di tentare lui stesso la fuga.
Il film è tutto narrato da una voce over che si esprime in prima persona. Come in una sorta di lungo flashback, il protagonista sembra rievocare importanti eventi della sua vita, che vengono visualizzati da immagini fisse, fotografie che si susseguono in rapida successione con un sottofondo rumori e voci ovattate, come in La jetée (1962) di Chris Marker.
“Terra, sottoterra e cielo” di Giacomo Giubilini è un documentario girato lungo la tratta ferroviaria Milano-Asso. Interramento, è questa la parola chiave del documentario. Il lavoro racconta, attraverso la travagliata vicenda della modernizzazione della linea ferroviaria Milano-Asso e del progetto di trasformarla in una sorta di metrò extraurbano, le storie di alcuni personaggi che abitano questa parte della Brianza, sospesa fra crisi dell’industria tradizionale e problemi della globalizzazione. Dalle testimonianze dell’industriale Paolo Barzaghi, di Alberto Ceppi, il presidente del Comitato intercomunale per l’interramento e degli altri protagonisti del film esce con forza il pragmatismo dei brianzoli, che anche quando sognano la grande opera non rinunciano ad avanzare progetti dettagliati e puntuali piani di fattibilità. E l’architetto Fernando De Simone, che lavora insieme ai norvegesi della Norconsult, potrebbe iniziare i lavori di interramento anche domani.
“Brianza made me” di Bettina Pontiggia e Cristina Proserpio. Una scritta tracciata a mano su fondo bianco, con un disegnino infantile a mo’ di commento, avvisa gli spettatori: “Questo è l’album del nostro viaggio di ritorno in Brianza. Il posto dove si nasce è sempre un posto dove prima o poi si torna e allora tanto vale partire subito”. Il film è costruito come un diario di viaggio, un album di fotografie in movimento da sfogliare, una serie di episodi ritmati da una successione di didascalie. Gli incontri descrivono un'umanità varia e sul filo della bizzarria: un mobiliere racconta il suo lavoro da perfetto self made man, soffermandosi sulle virtù pratiche dell'ottimizzazione dei tempi e delle risorse, un cantante dà voce alle sfumature del dialetto e un ometto dalla vistosa bandana insiste nel trovare ascendenze celtiche nella cultura brianzola. E chi si è arrampicato in bici sul Ghisallo, si raccoglie in preghiera nel santuario della Madonna. La Brianza sembra una serie ininterrotta di negozi e stabilimenti, ma, neppure troppo nascosti, ci sono prati verdi e montagne. Pontiggia e Proserpio li celebrano con l'aiuto di Marcella Bella nel finale, ironico e nostalgico al tempo stesso.
“Come prima” di Mirko Locatelli, fiction dai toni autobiografici. Andrea ha 17 anni, vive a Milano in un quartiere popolare e a causa di un incidente in motorino è diventato tetraplegico. Dopo un periodo trascorso in ospedale il ragazzo torna a casa, dove riscopre gli ambienti che gli erano famigliari: il suo quartiere, la sua stanza… Quel locale che prima era il suo rifugio da adolescente, ora sembra quasi una prigione. Tutto gli sembra cambiato, ostile, diverso. Azioni che prima dell’incidente erano banali e neppure degne di nota come bere un bicchiere d’acqua, coricarsi a letto, lavarsi, sono ora impossibili senza un aiuto. Il regista riprende pudicamente ma senza edulcorare tutti i momenti più delicati. Le persone che gli stanno vicine sono attente e affettuose e concentrano i loro sforzi per far sì che tutto sembri uguale, come prima. Ma non lo è. Inizia per Andrea e per chi gli sta intorno il periodo più difficile, quello dell’accettazione dei limiti e della ricostruzione da una nuova prospettiva dei rapporti con il mondo e con se stesso. Chi non riesce a farsi una ragione di quanto è successo è il padre di Andrea, che dopo l’incidente si è finalmente riavvicinato al figlio. Il film si chiude con il ragazzo impegnato ad aprire un pacchetto senza l’aiuto di nessuno. Il pacchetto è in primo piano e lo spettatore non vedrà cosa contiene: un momento emblematico e giustamente misterioso conclude il film ma prolunga nel tempo l’effetto della storia.
“Il manuale del giovane zombie” è invece un progetto collettivo realizzato da un gruppo di studenti del Master in perfezionamento in documentario presso la Scuola di Cinema Televisione e Nuovi Media (Scuole Civiche di Milano). Se non c'è almeno un morto, la notizia di un incidente stradale solitamente scivola nelle pagine interne della cronaca locale. Ogni anno, nella sola Lombardia, migliaia di persone vivono l'esperienza della riabilitazione successiva al coma. Si tratta di un esercito lento e silenzioso: migliaia di individui che improvvisamente sospendono le loro attività, le loro abitudini, i loro affetti, e la loro stessa identità per imparare di nuovo ad allacciarsi le scarpe, per imparare una nuova vita. È una situazione che si tende a rimuovere o a nascondere. Matteo Pernicano, al contrario, ha deciso di partire dalla propria vicenda per proporre un video-manuale che illustra il percorso standard di chi riporta lesioni cerebrali, dalla fase critica fino alle soglie dell'inserimento nella vita sociale. Il film raccoglie in sei capitoli, altrettante fasi del percorso di Matteo: la sua vita prima del trauma, la ricostruzione dell'incidente, il lungo periodo del coma, la riabilitazione, il contraddittorio e paradossale momento della certificazione delle capacità residue, i suoi progetti per il futuro. Sullo sfondo una domanda ricorrente: “Sarò di nuovo normale? Chi deciderà quando sono tornato normale?”.
“1000/mille” di Federico Floridi è una fiction: Daniele, un giovane pugile che si sta preparando per un incontro di boxe, non è tranquillo. Qualche tempo prima è rimasto coinvolto in un incidente stradale da cui è uscito fisicamente indenne, ma profondamente turbato. Lo preoccupa in particolare la sorte di Marco, che nell’urto ha riportato una grave frattura e ora ha bisogno di affrontare un costoso intervento chirurgico per recuperare la funzionalità della gamba. Oppresso dal senso di colpa, Daniele decide di aiutare il ragazzo e vende l’incontro per raccogliere i soldi necessari. La sequenza del match, che come previsto si conclude con la sconfitta di Daniele alla terza ripresa, è resa attraverso un’atmosfera irreale, come se il protagonista combattesse una partita al fuori di è stesso. Due mesi dopo Marco è guarito completamente e Daniele è di nuovo in strada che si allena per l’incontro successivo.
Per finire l’animazione di Elisa Bertolotti, “Una luce di pace” è realizzato con Emergency: Con un linguaggio adatto ai più piccoli, questo cartone animato si propone di tradurre la realtà di un Paese dilaniato da un conflitto di cui non si parla mai abbastanza, in una favola vera che racconti la speranza ma che sia anche capace di dare spunti concreti sui quali riflettere. Rivolto ai bambini dai 6 anni in poi, Costruiamo la luce verrà utilizzato come supporto audiovisivo all'interno dei progetti per la diffusione di una cultura di pace che Emergency propone nelle scuole.


3. Retrospettiva Rithy Panh

Dopo Johan Van der Keuken, Frederick Wiseman, Errol Morris e Peter Forgacs, Filmmaker dedica la retrospettiva a Rithy Panh, l’originale regista cambogiano da molti anni residente in Francia, autore del recente e celebrato “S21, la machine de mort khmère rouge”, presentato nella selezione ufficiale di Cannes 2003.

“Per me il cinema è testimonianza. Un lavoro fondato sull’ascolto, inquadrato all’altezza di ogni individuo. Non una risposta o una dimostrazione, ma un modo per porre delle domande.” Così Rithy Panh, nato nel 1964 a Phnom Penh, in Cambogia, descrive il suo lavoro di scavo nella storia recente del suo paese. Un’operazione dolorosa e necessaria affondata nell’esperienza personale del regista, che giovanissimo subì i rigori della dittatura sanguinaria dei Khmer Rossi e che oggi offre il suo contributo di verità e di passione alla ricostruzione del suo paese.

La retrospettiva si terrà presso il cinema Gnomo (Via Lanzone 30/a) dal 25 al 28 novembre 2004 in collaborazione con il contributo del Comune di Milano Settore Cultura Musei Spettacolo - Ufficio Cinema e Ufficio Relazioni Internazionali, in collaborazione con Centre Culturel Français de Milan e Ministère des Affaires étrangères – DGCID - Bureau du documentaire. Nel mese di dicembre verrà presentata alla Cineteca di Bologna e in gennaio al Museo del cinema di Torino.

Inaugurazione della retrospettiva “RITHY PANH LA MEMORIA OSTINATA“, incontro con Rithy Panh e anteprima del film “S21. La machine de mort Khmere Rouge” Mercoledì 24 novembre ore 20.00 presso il Centro Culturale Francese di Milano – Espace de projection,
Corso Magenta 63 – Milano
Venerdì 26 novembre, presso il Cinema Gnomo dalle ore 15.00 alle 19.00 “Workshop con Rithy Panh” (Iscrizione obbligatoria 10 euro)

Per l'occasione Filmmaker ha realizzato una monografia, che, prima a livello mondiale, analizza l'intera opera Panh, con studi e contributi originali di alcuni fra i più importanti specialisti italiani e francesi.


4. Fuori Formato

Sezione panoramica non competitiva, dedicata a quei prodotti che per lunghezza, formato o linguaggio, resistono alle logiche strutturali e alle gabbie dei generi e dei format. Documentari d'autore, film saggio, docu-fiction e film di montaggio costituiscono gli ingredienti principali della sezione più sperimentale e curiosa dell'intero festival: Bill Morrison, Francesco Ballo, Salvo Cuccia, John Foot, Gianluca Fumagalli, Luca Pastore, Federico Rizzo, Marina Spada, “Il Grande Fardello” realizzato da Simone Pera e Marianna Schivardi insieme ai detenuti della Casa Circondariale di San Vittore, allievi del corso F.S.E “Editor Digitale” e soci della cooperativa sociale e.s.t.i.a.


Il festival è realizzato in associazione con:
Fnac, Pastorale del Lavoro dell’Arcidiocesi di Milano; SPI CGIL Milano; CGIL-CISL-UIL Lombardia; Camera del Lavoro Metropolitana di Milano; Civiche scuole di Milano, Fondazione di partecipazione, Scuola di Cinema Tv e Nuovi Media; Fondazione Cineteca Italiana; Goethe-Institut Mailand; Centre Culturel Français; Centro Culturale Svizzero; FNAC e PLANET.

Proiezioni:
Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2 (MM1 Porta Venezia).
Per l’occasione ci si può associare a Filmmaker: tessera: 5 euro
Cinema Gnomo, Via Lanzone 30/A (Vicolo S. Agostino), ingresso: biglietto 4,1 euro

info: Associazione Filmmaker Via Aosta, 2/C - 20155 Milano
tel +39.02.3313411 - fax +39.02.341193
e-mail fmkmi@tiscali.it - website:www.filmmakerfest.org

Ufficio Stampa
Barbara Perversi 347.9464485 – b.perversi@tiscali.it