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Festival
Internazionale FILMMAKER Doc 9
Milano 17-23 novembre 2004
Spazio Oberdan
Direttore: Silvano Cavatorta
Si svolge dal 17 al 23 novembre allo Spazio Oberdan della Provincia
di Milano, la nona edizione del Festival Internazionale FILMMAKER
- DOC. Il Festival si articola in varie sezioni: il concorso
internazionale sui temi del lavoro e del sociale, la vetrina
dei lavori prodotti con un contributo di FILMMAKER dal titolo
“Paesaggi umani” e una panoramica sui “fuori formato”.
E’ inoltre in programma una retrospettiva sul regista franco-cambogiano
Rithy Panh, che verrà invece presentata presso il Cinema
Gnomo del Comune di Milano, dal 24 al 28 novembre.
Il festival è realizzato con il sostegno di:
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali/Dipartimento
dello Spettacolo;
Regione Lombardia/Direzione Generale Cultura, Identità
e Autonomie della Lombardia;
Provincia di Milano/Settore Cultura;
Comune di Milano/Cultura e Musei, Spettacolo – Milano Cinema;
Comune di Milano/ Direzione Relazioni Internazionali, Ufficio
S.O.C.I.;
Comune di Milano/Ufficio Esteri e Gemellaggi
1. Concorso internazionale per film e video su 'lavoro e temi
sociali'
I film selezionati concorreranno ai premi ufficiali assegnati
dalla giuria composta dai registi Antonio Bocola e Paolo Vari,
dallo scrittore Giuseppe Genna, dalla sindacalista Anna Milani,
dallo storico del cinema Vincenzo Buccheri, dall’organizzatrice
eventi Fnac Milano Sarah Branduardi e dalla direttrice della
IIa Casa di Reclusione di Milano Lucia Castellano. Il primo
premio ammonta a 5.000 euro, il secondo premio a 1.250 euro
e il terzo premio – assegnato da Fnac – a 1.250 euro.
I titoli:
- “Aral – I pescatori del lago invisibile” di
Carlos Casas e Saodat Ismailova (It/Uzb 2004, col. 52’)
Moynak, Repubblica dell’Uzbekistan, ex costa del lago d’Aral.
Una landa deserta e brulla. Lo sfruttamento sbagliato dei fiumi
per l’irrigazione, voluto dalle autorità sovietiche nel
1951, e la coltivazione intensiva del cotone hanno ridotto dell’80%
le acque del lago d’Aral. La vita dei suoi abitanti, fondata
sulla pesca, è stata distrutta. In questo documentario
si parla di tre generazioni. I vecchi, che ancora ricordano
quando il lago era florido e ormai rassegnati alla sua e loro
morte, gli adulti, che ancora cercano di vivere in quelle terre,
che non vogliono abbandonare e sperano in un ritorno dell’acqua
(la saggezza popolare dice che la terra cambia ogni 40 anni…)
e i ragazzi che il lago l’hanno solo sentito raccontare e non
riescono neppure a immaginarlo diverso da come è ora.
Le immagini, con una fotografia dalle luci calde e dorate (con
una predominanza dei colori ocra, azzurro e bianco) in contrasto
con la durezza e la freddezza del paesaggio, descrivono scene
di vita quotidiana: i disperati tentativi di pesca, la raccolta
della legna sotto la neve, l’operazione di pulizia del pesce,
le preghiere, le chiacchiere fra gli anziani… Aral non parla
di politica o di ecologia, anche se il lago rimane come memento
di quello che è considerato uno dei più grandi
disastri del nostro pianeta, l’attenzione è focalizzata
sulla volontà di sopravvivenza dell’essere umano.
- “A Bar at the Victoria Station” di Leszek
Dawid (Pol 2003, col. 56’)
La difficile situazione economica in Polonia rende la vita precaria
per migliaia di giovani. Piotr e Marek sono due di loro. All’età
di 26 e 29 anni vivono ancora a casa dei genitori facendosi
mantenere da loro nella piccola città di Kluczbork, dove
non hanno prospettive di lavoro. Decidono quindi di partire
per Londra, una terra promessa, nella speranza di un futuro
migliore (il sogno di uno di loro è un piccolo bar a
Victoria Station). Il documentario inizia in media res, il regista
mostra i preparativi già in atto per la partenza con
tutti i problemi che questa comporta: trovare i soldi per il
viaggio, i documenti per passare la dogana, un posto dove stare
una volta giunti a Londra e ovviamente un lavoro. Nel film c’è
un terzo protagonista: il telefono, strumento essenziale per
i due giovani, non a caso moltissimi sono i momenti, spesso
fondamentali, che vedono i due giovani parlare al telefono.
Il loro peregrinare per le strade di Londra è intervallato
dalle loro conversazioni nelle cabine telefoniche per rispondere
soprattutto ad annunci di lavoro, che a volte si rivelano delle
esche per la vendita a caro prezzo dei permessi di lavoro.
- “Cachorro louco”(Cane rabbioso) di Cesar
Meneghetti, Elisabetta Pandimiglio (Br 2003, col. 6’)
I motoboys sono fattorini principianti, hanno tra 18 e 29 anni.
Ogni giorno a San Paolo un motoboy si schianta per la strada
lasciando sull’asfalto di una delle città più
trafficate del mondo la speranza di una vita decente. Gli autisti
di San Paolo li chiamano cachorros louchos, cani rabbiosi. Sono
giovani, audaci, irrispettosi e imprudenti, mettono in pericolo
non solo la loro vita ma anche quella degli altri, perché
non hanno nulla da perdere, come loro stessi raccontano nelle
testimonianze raccolte. Ormai costituiscono un vero e proprio
clan, sono più di 439.000 ed essere un motoboy non è
una semplice occupazione, ma uno stile di vita vero e proprio.
Percorrono dai 200 ai 500 km al giorno, guadagnando 2 dollari
all’ora e trasportando di tutto. E l’ultimo sogno è la
normalità, anche se qualcuno dice che i giovani di San
Paolo non hanno sogni o comunque li abbandonano troppo presto
perché possano ricordarsene.
- “Fasinpat - Fabbrica sin patron” di Daniele
Incalcaterra (Arg 2004, col. 65’)
Nella provincia di Neuquèn, Patagonia Argentina, una
fabbrica di ceramiche, la Zanon, che aveva prosperato durante
gli anni della dittatura e del governo Menem, minacciava di
licenziare la metà dei suoi operai per evitare la chiusura
definitiva dovuta alla crisi del mercato. Alla fine del 2001
gli operai non accettarono di negoziare i licenziamenti e occuparono
la fabbrica. Da allora la Zanon sta producendo guidata dai suoi
operai, che utilizzando solo il 15% della sua capacità
produttiva questi hanno saputo creare nuovi posti di lavoro
per i disoccupati e garantire a tutti un salario di 800 pesos.
Ovviamente questa situazione non piace al potere politico che
ha cercato di eliminare questo tipo di esperienze. In Argentina
ci sono circa 100 fabbriche che stanno seguendo l’esempio di
lotta degli operai della Zanon.
Quello che poteva essere un semplice reportage diventa in questo
documentario una narrazione partecipata ma non retorica di una
complessa situazione di disoccupazione e di lotta per mantenere
il proprio lavoro. Immagini di repertorio sono alternate alla
situazione presente. La vicenda sono raccontate direttamente
dagli stessi protagonisti sul campo, durante riunioni, comizi,
interventi alla radio, il tutto catturato dall’occhio dal regista,
presente ma non intrusivo. Uno sguardo dall’interno, partecipe.
-“Aus Liebe zum Volk” (Vi amo tutti) di Eyal
Sivan, Audrey Maurion (Germ/Fr 2004, col. 88’)
Ultimo giorno di lavoro di un agente della Stasi, il famigerato
servizio segreto della Germania Est durante gli anni della Guerra
fredda. Dopo la caduta del muro di Berlino la Stasi non ha più
ragion d’essere e così si procede al suo smantellamento
in nome di una Germania finalmente unita e libera. Le migliaia
di dossier su veri o presunti dissidenti giacciono ora inutili
negli archivi o gettati lungo i corridoi o per le trombe delle
scale, in un gesto di estrema liberazione da parte di chi era
stato vittima delle indagini. Emblematiche e fondamentali per
il loro significato sono le continue riprese delle telecamere
nascoste ovunque, che seguono i cittadini nei locali pubblici,
per le strade e perfino in casa e registrano ogni atto riportandolo
sugli schermi nella centrale operativa della Stasi, dove gli
agenti catalogano ogni azione. Pratica di orwelliana memoria
neppure troppo lontana anche dall’odierna realtà…
L’uomo, voce off narrante e sguardo in soggettiva per buona
parte del film, parla con una certa malinconia e rimpianto della
sua vita, del suo lavoro, dei suoi ideali e in particolare del
socialismo, vissuto come realizzazione verso cui tendere.
- “Maquilas” Beppe Maria Gaudino, Isabella
Sandri (It 2004, col. 120’)
Ciudad Juarez, una città in mezzo al deserto, nel nord
del Messico e al confine col Texas. E’ lì che vengono
rigettati i clandestini che non riescono a passare il Rio Bravo
per andare negli Stati Uniti. Intelligentemente il capitale
straniero ha pensato bene di piantare lì circa 400 fabbriche
(le ‘maquilas’) in 18 parchi industriali (zone franche chiamate
Export Processing Zones) perchè Ciudad Juarez è
una città veramente conveniente, dove si prende e non
si paga. Nessuno paga niente, né tasse, né dazi;
poco o niente la mano d’opera; non si è obbligati a smaltire
o a restituire i rifiuti industriali e tossici ai Paesi esportatori
di materie prime che vengono lavorate qui in Messico. Nessuno
paga niente neanche per l’omicidio. E’ a Ciudad Juarez che i
contadini venuti dal sud possono nel giro di qualche anno, lavorando
come degli schiavi nelle maquilas a ritmi terribili per circa
50 dollari alla settimana, raggiungere i loro sogni: un’automobile
una casa di blocchetti di cemento. E’ questa l’unica possibilità
offerta loro dalla politica neoliberista del governo messicano
avvallata dai “Trattati di Libero Commercio” con Stati Uniti,
Canada, Giappone, Europa e dal WTO, l’Organizzazione Mondiale
del Commercio. In cambio resta come unico patrimonio l’ennesima
discarica della vita e della sua qualità.
- “Padre Pio Express” di Ilaria Freccia (It
2003, col. 56’)
Un gruppo di anziani in gita al Santuario di Padre Pio a San
Giovanni Rotondo: 30 euro, pullman e albergo compresi, il tutto
organizzato da una ditta di vendita diretta. La regista descrive
una realtà molto diffusa ma poco conosciuta: due giorni
tra preghiera, benedizioni in serie, divertimento, momenti surreali
e commoventi, serata danzante e vendita finale (vero scopo del
viaggio). Ilaria Freccia si sofferma con la telecamera soprattutto
sui volti, che meglio di molte parole raccontano i pensieri
e le emozioni dei protagonisti: lo stupore, l’ingenuità,
la partecipazione, ma anche a volte la perplessità degli
anziani ospiti fanno da contraltare all’espressione divertita,
furba, un po’ calcolatrice e cinica dei due venditori (che ricordano
da vicino il Gatto e la Volpe). Il risultato è uno sguardo,
a tratti ironico, su un’Italia quasi kitsch in bilico fra religiosità
e superstizione, tradizione e consumismo, sacro e profano, souvenir
e preghiere.
- “Le Passeur” (Il traghettatore) di Raphaelle
Aellig Regnier (Ch 2004, col. 52’)
La morte è una pratica quotidiana per Eusebio Sanchez,
impiegato da quasi trent’anni alle Pompe funebri di Ginevra.
Questo film penetra con pudore, ma allo stesso tempo con realismo,
un tabù della nostra società, la morte, e ci mostra
una professione per certi versi difficile e di cui si parla
poco, quella del becchino. Il silenzio della morte si contrappone
nel film all’esigenza di poterne parlarne, di confrontarsi con
gli altri, di trovare una valvola di sfogo, sia fra colleghi
sia con gli amici e la famiglia per poter rendere tutto più
normale. Attraverso il protagonista, utilizzando una fotografia
fredda e pochi movimenti di macchina (scelte stilistiche in
linea con l’argomento trattato) la regista mostra con rispettoso
silenzio i gesti quotidiani di questo lavoro: lavare i cadaveri,
pettinarli, vestirli, metterli nella bara, accompagnarli in
chiesa e al cimitero e intrattenersi con i parenti. Particolarmente
significative ed evocative sono le inquadrature delle mani delle
persone morte e delle mani dei becchini che le vestono, la vita
che letteralmente tocca la morte per darle ancora una parvenza
di vita. Quello di Eusebio e dei suoi colleghi è un lavoro
psicologicamente duro, che mette a confronto con il più
grande mistero dell’esistenza umana e a volte i ricordi di tutti
i volti che questi uomini hanno visto passare sembrano un carico
troppo pesante da sopportare.
- “Pietre, miracoli e petrolio” di Gianfranco
Pannone e Giovanni Fasanella (It 2004, col. 56’)
Negli anni novanta l’Eni scopre un giacimento di petrolio in
Basilicata, nella Val d’Agrì a 60 km a sud di Potenza.
Questo pozzo petrolifero è uno dei più grandi
dell’Europa continentale e riesce a far fronte all’8% del bisogno
nazionale. C’è solo un piccolo problema: il pozzo è
situato all’interno di un’area destinata a diventare parco nazionale.
L’estraneità del giacimento petrolifero rispetto al luogo
è rappresentata dal regista con le numerose panoramiche
della valle ripresa da diversi punti di vista, nelle quali la
struttura di ferro emerge come un corpo non integrato e fastidioso,
anche esteticamente. Da questo fatto Gianfranco Pannone parte
per la sua personale documentazione costruita alternando immagini
di repertorio in un suggestivo bianco e nero a interviste e
racconti delle persone coinvolte. In particolare tre sono le
storie che diventano emblematiche e che si incrociano in questa
vicenda, che alterna riflessioni sui programmi di sviluppo per
la zona grazie ai proventi delle royalties di sfruttamento a
riflessioni sull’esigenza di mantenere intatto un patrimonio
naturale che rischia di andare irrimediabilmente perso. Tre
sono le figure chiave che Pannone porta in primo piano ma che
sono lo specchio delle diverse posizioni della gente del posto.
Francesca Leggeri, titolare di un’azienda di agriturismo. Vittorio
Prinzi, sindaco di Viaggiano, il comune più importante
della zona. Gianni Lacorazza, giornalista di una testata on
line.
- “Summer Lighning” (Lampi d’estate) di Nicos
Ligouris (Germ/Gr 2004, col. 81’)
Costa sud dell’isola di Creta, la veranda di un piccolo albero
a gestione famigliare al di fuori dei più frequentati
giri turistici è il set principale di questo film. L’attesa,
in un piccolo mondo dove il tempo sembra passare senza che accada
mai nulla, è la condizione esistenziale che caratterizza
i protagonisti, alla maniera di Cecov o Beckett. E una macchina
fotografica è il mezzo per cercare di afferrare l’inafferrabile,
fotografando la stessa porzione di mare e cielo tutti i giorni
a differenti orari per cercare di cogliere le variazioni della
luce sperando di riuscire prima o poi a catturare la “lampi
dell’estate”, raro fenomeno che si manifesta quando il cielo
è particolarmente limpido, ma dopo 5 anni e più
di 5000 fotografie quella luce non è ancora stata colta.
Una metafora questa per le riflessioni sulla vita, sul passare
del tempo e sul significato delle azioni quotidiane (scandite
dall’arrivo dei turisti e delle stagioni) che il protagonista
nella sua semplicità si pone. Una sorta di saggio filosofico
sempre a metà strada fra il dionisiaco (i sentimenti)
e l’apollineo (la ragione) in una sorta di nietzchiano eterno
ritorno. Il regista sceglie di raccontare le giornate della
famiglia e in particolare del padre come in una sorta di diario
narrato da una voce over e scandito dal passare dei mesi (da
luglio ad aprile).
- “Tarifa Trafic” di Joakim Demmer (Ch/Sp 2003,
col. 60’)
Tarifa è una città nel sud della Spagna, il punto
più a sud di tutta Europa. Sulle spiagge, al mattino,
accanto ai giovani che fanno wind surf e ai turisti che prendono
il sole, spesso capita di trovare cadaveri di immigrati clandestini
che non ce l’hanno fatta ad attraversare lo Stretto di Gibilterra
dal Marocco o da altri Paesi della costa africana. Il regista
documenta questa dura realtà attraverso le sofferte e
partecipate testimonianze di coloro che ogni giorno si confrontano
con la disperazione di questa situazione (un agente della guardia
civile e uno della Croce Rossa, un giornalista locale, un esponente
di un’organizzazione per i diritti umani, un impresario di pompe
funebri e il fratello di uno dei clandestini morti durante una
traversata) utilizzando una narrazione in voce off e delle immagini
dalle luci fredde, livide, soprattutto di tramonti e albe. Estremamente
suggestive sono le numerose panoramiche del mare con tutti i
suoi segreti e le vite che si è portato via accompagnate
dalla malinconica musica di una tromba e il lungo piano sequenza
che segue l’avvistamento di una pateras (barca con la quale
arrivano i clandestini) in balia delle onde, il loro tentativo
di sbarco vicino alle rocce e infine i primi piani dei volti
di questi uomini stremati, smarriti e spaventati, il tutto in
un silenzio carico di significato, perché “alla fine
si smette di farsi domande, non ci sono risposte”.
- “Tre donne in Europa” di Corso Salani (It
2004, col. 60’)
L’Unione Europea si è aperta verso Est con l’ammissione
di alcuni Paesi che fino a pochi anni fa facevano parte di blocco
politicamente contrapposto all’Occidente. Stati piuttosto sconosciuti,
lontani per usi e costumi, per lingua e cultura, ma vicini per
una comune appartenenza continentale, per identici desideri
e identiche necessità. Con questo documentario il regista
ha voluto ritrarre la vita quotidiana di questi Paesi per scoprirne
i lati più ordinari e usuali. Per fare questo sceglie
di raccontare l’esistenza di tre donne, giorno per giorno, nelle
occupazioni abituali al lavoro, con gli amici, nel tempo libero…
per mostrare alla fine quanto le loro vite siano in sostanza
simili a quelle delle coetanee occidentali, le barriere sono
ormai definitivamente cadute. Agi (27 anni, ungherese) è
una maestra di scherma e studia economia all’Università,
Gabriela (25 anni, polacca) fa la maestra di sci e di nuoto
per i bambini e Liene (28 anni, lettone) è una disegnatrice
e animatrice di pupazzi per film d’animazione. Agi, Gabriela
e Liene rappresentano tre ragazze moderne ed emancipate, lontane
dagli stereotipi che forse ancora resistono sui Paesi dell’Est
dominati dal comunismo.
2. Progetto produttivo "Paesaggi umani"
Dal 1985 Filmmaker offre, in ogni sua edizione, un contributo
finanziario a cinque o sei giovani autori per realizzare un
film o un video. Documentari, cortometraggi, film d’animazione
e lavori sperimentali vengono realizzati a partire da una selezione
dei migliori progetti arrivati in risposta al bando diffuso
qualche mese prima. Si tratta di un lavoro di sostegno alla
produzione di giovani registi che, dobbiamo dire, purtroppo
non ha eguali in Italia nella sua sistematicità e coerenza.
Fra i lavori finanziati negli anni precedenti ci sono alcuni
degli esordi di maggiore carattere e originalità del
cinema italiano degli ultimi anni: Silvio Soldini, Paolo Rosa,
Alina Marazzi, Giovanni Maderna, Michelangelo Frammartino, Paolo
Vari e Antonio Bocola. In quasi vent’anni di sostegno alla produzione,
Filmmaker ha registrato e rappresentato l’affermarsi o lo svanire
di nuove tendenze, tentativi di elaborare approcci diversi alla
professione, il consolidarsi di nuove tecnologie e delle relative
“estetiche”, e l’evoluzione del gusto e della sensibilità
nella realizzazione di film o video. Questa ricchezza si traduce
ormai in decine di opere che arrivano a comporre un mosaico
vivo e originale di sguardi sulla nostra città e sul
suo territorio. Anche quest’anno i sette progetti produttivi
di Filmmaker aggiungono qualcosa di nuovo a questo mosaico,
lo integrano, lo arricchiscono, esplorano ambienti e personaggi
di Milano e della Lombardia, proponendo sguardi inediti sulla
nostra realtà o costruendo storie che la illuminano da
angolazioni sorprendenti.
“Amore, Milano…” di Bruno Oliviero, vincitore
del premio Kodak-Blue Gold.
Un romanzo come guida di Milano. Bruno Oliviero utilizza Un
amore di Dino Buzzati come mappa affettiva della città
in cui si è da poco trasferito. L’amore raccontato nel
libro viene rievocato con vivacità e sapienza affabulatoria
da Almerina Buzzati. Insieme al suo rapporto con Buzzati la
signora ricostruisce una Milano irrimediabilmente lontana, una
città che si poteva assaporare guardando in su dal sedile
di una decappottabile che solca la notte. La città che
i milanesi non riescono più a vedere viene restituita
sullo schermo dallo sguardo del regista che procede alternando
associazioni libere e stringenti connessioni. Le immagini di
esibita fissità del pittore Marco Petrus si alternano
a impressionistici home movies che registrano i primi vagiti
e i primi passi del piccolo Giorgio, il figlio di Oliviero e
di Carlotta Cristiani che costituisce la ragione prima e il
motore nascosto dell’intera operazione. Un film sospeso fra
riflessione intima e oggettivazione, o meglio un lavoro di oggettivazione
della propria intimità che l’autore definisce felicemente
un documentario d’amore.
“Codice blu” di Mara Duchetti è invece
una storia di fantascienza, ambientata a Milano 2. T-14 è
un agente del governo del Villaggio 70, un luogo apparentemente
meraviglioso guidato da un’oligarchia (i Governatori che stanno
in stanze nere…) che assicura benessere e serenità, le
immagini mostrano infatti giardini e case ben curati con un
sottofondo di musica classica. L’agente T-14 ha il compito di
catturare i ribelli che minacciano la serenità degli
altri abitanti (in gergo Codice blu). Per la prima volta però,
mentre cerca di catturare una donna, si imbatte in una serie
di fotografie che ritraggono il Villaggio 70 come un luogo malinconico
e decadente. Le immagini di luoghi che lui non pensava neppure
potessero esistere danno inizio a una sua profonda presa di
coscienza. L’uomo riferisce che “Niente fu più come prima…
Per la prima volta quella notte sognai… e capii…”, decide di
lasciare libera la donna e quindi di tentare lui stesso la fuga.
Il film è tutto narrato da una voce over che si esprime
in prima persona. Come in una sorta di lungo flashback, il protagonista
sembra rievocare importanti eventi della sua vita, che vengono
visualizzati da immagini fisse, fotografie che si susseguono
in rapida successione con un sottofondo rumori e voci ovattate,
come in La jetée (1962) di Chris Marker.
“Terra, sottoterra e cielo” di Giacomo Giubilini
è un documentario girato lungo la tratta ferroviaria
Milano-Asso. Interramento, è questa la parola chiave
del documentario. Il lavoro racconta, attraverso la travagliata
vicenda della modernizzazione della linea ferroviaria Milano-Asso
e del progetto di trasformarla in una sorta di metrò
extraurbano, le storie di alcuni personaggi che abitano questa
parte della Brianza, sospesa fra crisi dell’industria tradizionale
e problemi della globalizzazione. Dalle testimonianze dell’industriale
Paolo Barzaghi, di Alberto Ceppi, il presidente del Comitato
intercomunale per l’interramento e degli altri protagonisti
del film esce con forza il pragmatismo dei brianzoli, che anche
quando sognano la grande opera non rinunciano ad avanzare progetti
dettagliati e puntuali piani di fattibilità. E l’architetto
Fernando De Simone, che lavora insieme ai norvegesi della Norconsult,
potrebbe iniziare i lavori di interramento anche domani.
“Brianza made me” di Bettina Pontiggia e Cristina
Proserpio. Una scritta tracciata a mano su fondo bianco, con
un disegnino infantile a mo’ di commento, avvisa gli spettatori:
“Questo è l’album del nostro viaggio di ritorno in Brianza.
Il posto dove si nasce è sempre un posto dove prima o
poi si torna e allora tanto vale partire subito”. Il film è
costruito come un diario di viaggio, un album di fotografie
in movimento da sfogliare, una serie di episodi ritmati da una
successione di didascalie. Gli incontri descrivono un'umanità
varia e sul filo della bizzarria: un mobiliere racconta il suo
lavoro da perfetto self made man, soffermandosi sulle virtù
pratiche dell'ottimizzazione dei tempi e delle risorse, un cantante
dà voce alle sfumature del dialetto e un ometto dalla
vistosa bandana insiste nel trovare ascendenze celtiche nella
cultura brianzola. E chi si è arrampicato in bici sul
Ghisallo, si raccoglie in preghiera nel santuario della Madonna.
La Brianza sembra una serie ininterrotta di negozi e stabilimenti,
ma, neppure troppo nascosti, ci sono prati verdi e montagne.
Pontiggia e Proserpio li celebrano con l'aiuto di Marcella Bella
nel finale, ironico e nostalgico al tempo stesso.
“Come prima” di Mirko Locatelli, fiction dai
toni autobiografici. Andrea ha 17 anni, vive a Milano in un
quartiere popolare e a causa di un incidente in motorino è
diventato tetraplegico. Dopo un periodo trascorso in ospedale
il ragazzo torna a casa, dove riscopre gli ambienti che gli
erano famigliari: il suo quartiere, la sua stanza… Quel locale
che prima era il suo rifugio da adolescente, ora sembra quasi
una prigione. Tutto gli sembra cambiato, ostile, diverso. Azioni
che prima dell’incidente erano banali e neppure degne di nota
come bere un bicchiere d’acqua, coricarsi a letto, lavarsi,
sono ora impossibili senza un aiuto. Il regista riprende pudicamente
ma senza edulcorare tutti i momenti più delicati. Le
persone che gli stanno vicine sono attente e affettuose e concentrano
i loro sforzi per far sì che tutto sembri uguale, come
prima. Ma non lo è. Inizia per Andrea e per chi gli sta
intorno il periodo più difficile, quello dell’accettazione
dei limiti e della ricostruzione da una nuova prospettiva dei
rapporti con il mondo e con se stesso. Chi non riesce a farsi
una ragione di quanto è successo è il padre di
Andrea, che dopo l’incidente si è finalmente riavvicinato
al figlio. Il film si chiude con il ragazzo impegnato ad aprire
un pacchetto senza l’aiuto di nessuno. Il pacchetto è
in primo piano e lo spettatore non vedrà cosa contiene:
un momento emblematico e giustamente misterioso conclude il
film ma prolunga nel tempo l’effetto della storia.
“Il manuale del giovane zombie” è invece
un progetto collettivo realizzato da un gruppo di studenti del
Master in perfezionamento in documentario presso la Scuola di
Cinema Televisione e Nuovi Media (Scuole Civiche di Milano).
Se non c'è almeno un morto, la notizia di un incidente
stradale solitamente scivola nelle pagine interne della cronaca
locale. Ogni anno, nella sola Lombardia, migliaia di persone
vivono l'esperienza della riabilitazione successiva al coma.
Si tratta di un esercito lento e silenzioso: migliaia di individui
che improvvisamente sospendono le loro attività, le loro
abitudini, i loro affetti, e la loro stessa identità
per imparare di nuovo ad allacciarsi le scarpe, per imparare
una nuova vita. È una situazione che si tende a rimuovere
o a nascondere. Matteo Pernicano, al contrario, ha deciso di
partire dalla propria vicenda per proporre un video-manuale
che illustra il percorso standard di chi riporta lesioni cerebrali,
dalla fase critica fino alle soglie dell'inserimento nella vita
sociale. Il film raccoglie in sei capitoli, altrettante fasi
del percorso di Matteo: la sua vita prima del trauma, la ricostruzione
dell'incidente, il lungo periodo del coma, la riabilitazione,
il contraddittorio e paradossale momento della certificazione
delle capacità residue, i suoi progetti per il futuro.
Sullo sfondo una domanda ricorrente: “Sarò di nuovo normale?
Chi deciderà quando sono tornato normale?”.
“1000/mille” di Federico Floridi è una
fiction: Daniele, un giovane pugile che si sta preparando per
un incontro di boxe, non è tranquillo. Qualche tempo
prima è rimasto coinvolto in un incidente stradale da
cui è uscito fisicamente indenne, ma profondamente turbato.
Lo preoccupa in particolare la sorte di Marco, che nell’urto
ha riportato una grave frattura e ora ha bisogno di affrontare
un costoso intervento chirurgico per recuperare la funzionalità
della gamba. Oppresso dal senso di colpa, Daniele decide di
aiutare il ragazzo e vende l’incontro per raccogliere i soldi
necessari. La sequenza del match, che come previsto si conclude
con la sconfitta di Daniele alla terza ripresa, è resa
attraverso un’atmosfera irreale, come se il protagonista combattesse
una partita al fuori di è stesso. Due mesi dopo Marco
è guarito completamente e Daniele è di nuovo in
strada che si allena per l’incontro successivo.
Per finire l’animazione di Elisa Bertolotti, “Una luce
di pace” è realizzato con Emergency: Con un
linguaggio adatto ai più piccoli, questo cartone animato
si propone di tradurre la realtà di un Paese dilaniato
da un conflitto di cui non si parla mai abbastanza, in una favola
vera che racconti la speranza ma che sia anche capace di dare
spunti concreti sui quali riflettere. Rivolto ai bambini dai
6 anni in poi, Costruiamo la luce verrà utilizzato come
supporto audiovisivo all'interno dei progetti per la diffusione
di una cultura di pace che Emergency propone nelle scuole.
3. Retrospettiva Rithy Panh
Dopo Johan Van der Keuken, Frederick Wiseman, Errol Morris
e Peter Forgacs, Filmmaker dedica la retrospettiva a Rithy Panh,
l’originale regista cambogiano da molti anni residente in Francia,
autore del recente e celebrato “S21, la machine de mort
khmère rouge”, presentato nella selezione ufficiale
di Cannes 2003.
“Per me il cinema è testimonianza. Un lavoro fondato
sull’ascolto, inquadrato all’altezza di ogni individuo. Non
una risposta o una dimostrazione, ma un modo per porre delle
domande.” Così Rithy Panh, nato nel 1964 a Phnom
Penh, in Cambogia, descrive il suo lavoro di scavo nella storia
recente del suo paese. Un’operazione dolorosa e necessaria affondata
nell’esperienza personale del regista, che giovanissimo subì
i rigori della dittatura sanguinaria dei Khmer Rossi e che oggi
offre il suo contributo di verità e di passione alla
ricostruzione del suo paese.
La retrospettiva si terrà presso il cinema Gnomo (Via
Lanzone 30/a) dal 25 al 28 novembre 2004 in collaborazione con
il contributo del Comune di Milano Settore Cultura Musei Spettacolo
- Ufficio Cinema e Ufficio Relazioni Internazionali, in collaborazione
con Centre Culturel Français de Milan e Ministère
des Affaires étrangères – DGCID - Bureau du documentaire.
Nel mese di dicembre verrà presentata alla Cineteca di
Bologna e in gennaio al Museo del cinema di Torino.
Inaugurazione della retrospettiva “RITHY PANH LA MEMORIA OSTINATA“,
incontro con Rithy Panh e anteprima del film “S21. La machine
de mort Khmere Rouge” Mercoledì 24 novembre ore
20.00 presso il Centro Culturale Francese di Milano – Espace
de projection,
Corso Magenta 63 – Milano
Venerdì 26 novembre, presso il Cinema Gnomo dalle ore
15.00 alle 19.00 “Workshop con Rithy Panh” (Iscrizione obbligatoria
10 euro)
Per l'occasione Filmmaker ha realizzato una monografia, che,
prima a livello mondiale, analizza l'intera opera Panh, con
studi e contributi originali di alcuni fra i più importanti
specialisti italiani e francesi.
4. Fuori Formato
Sezione panoramica non competitiva, dedicata a quei prodotti
che per lunghezza, formato o linguaggio, resistono alle logiche
strutturali e alle gabbie dei generi e dei format. Documentari
d'autore, film saggio, docu-fiction e film di montaggio costituiscono
gli ingredienti principali della sezione più sperimentale
e curiosa dell'intero festival: Bill Morrison, Francesco Ballo,
Salvo Cuccia, John Foot, Gianluca Fumagalli, Luca Pastore, Federico
Rizzo, Marina Spada, “Il Grande Fardello” realizzato
da Simone Pera e Marianna Schivardi insieme ai detenuti della
Casa Circondariale di San Vittore, allievi del corso F.S.E “Editor
Digitale” e soci della cooperativa sociale e.s.t.i.a.
Il festival è realizzato in associazione con:
Fnac, Pastorale del Lavoro dell’Arcidiocesi di Milano; SPI CGIL
Milano; CGIL-CISL-UIL Lombardia; Camera del Lavoro Metropolitana
di Milano; Civiche scuole di Milano, Fondazione di partecipazione,
Scuola di Cinema Tv e Nuovi Media; Fondazione Cineteca Italiana;
Goethe-Institut Mailand; Centre Culturel Français; Centro
Culturale Svizzero; FNAC e PLANET.
Proiezioni:
Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2 (MM1 Porta Venezia).
Per l’occasione ci si può associare a Filmmaker: tessera:
5 euro
Cinema Gnomo, Via Lanzone 30/A (Vicolo S. Agostino), ingresso:
biglietto 4,1 euro
info: Associazione Filmmaker Via Aosta, 2/C - 20155 Milano
tel +39.02.3313411 - fax +39.02.341193
e-mail fmkmi@tiscali.it - website:www.filmmakerfest.org
Ufficio Stampa
Barbara Perversi 347.9464485 – b.perversi@tiscali.it
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