Il
sogni di una città
Luca Mosso
Culturisti scoppiati e vecchietti emarginati, reduci degli anni 70
e globalizzati immigrati filippini, impiegati senza corpo e
bambini vivacissimi… A considerare l’insieme dei protagonisti
dei film realizzati nell’ambito di “Visioni di realtà” è
difficile resistere alla tentazione di analizzare il tutto in
chiave sociologica. Di assumere l’insieme dei lavori come un
anomalo campione rappresentativo degli interessi di una porzione
del mondo giovanile e di sezionarlo catalogando soggetti e
ambienti. In fondo si tratta dei lavori di un gruppo di cineasti
piuttosto omogenei dal punto di vista generazionale (se si esclude
il “fuori quota” Giommi, del ’65, gli altri sono nati tutti
fra il ‘72 e ‘78), geografico e culturale che rivolgono il
loro sguardo alla realtà in cui vivono («Milano e la Lombardia,
secondo prospettive inedite» recita più o meno il nostro bando
di concorso). E, volendo, non mancherebbe neppure la possibilità
di riprendere in mano le esperienze degli scorsi anni, del tutto
simili nelle modalità operative e quindi confrontabili.
Ma sarebbe un errore. A guardarli con attenzione questi film
rivelano l’interesse per qualcosa di diverso dalla semplice
realtà e ambiscono tutti, più o meno consapevolmente, ad andare
oltre i fatti. Anche quando ricostruiscono un avvenimento della
nostra storia recente, come il concerto di Bob Marley del 1980 (La
notte del Leone di Paolo Cognetti, 1978, e Giorgio Carella),
l’intento principale sembra essere una narrazione in chiave
mitica dell’evento.

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Nel racconto del
selezionatissimo gruppo di testimoni “qualsiasi”, il concerto
si trasforma nell’appuntamento che una generazione si è data
prima di eclissarsi dalla scena sociale. Uno snodo cruciale di cui
il piccoletto che venerava Hailé Selassié era del tutto (e
forzatamente) ignaro. Gli anni 70 tornano in una forma
simpaticamente delirante anche nell’aggraziata fiction di
Sciopero di Monica Poli, dove un gruppo di ragazzini mima il
conflitto, fra le classi e fra i sessi, secondo le modalità
movimentiste e militanti dell’epoca. Il film si apre con uno
schermo nero, come a suggerire la chiave onirica
dell’operazione. Non ha bisogno di alludere invece I pesi di
Pippo di Federico Rizzo: che siano i sogni - di diventare un
superman o di trovare l’amore - il vero soggetto del film è
evidente fin dalle prime battute. Lo stesso accade nel
documentario Nice! di Giommi, Robertini e Scisco che, nel pedinare
un giovane filippino che stura lavandini e desidera le Nike, ha
cura di mettere in scena tutto il suo immaginario. O ancora, nel
ritratto corale licenziato da Ortometraggio di Gianpaolo Gelati e
Michele Lipparini, dove un gruppetto di vecchietti coltiva,
insieme alle verdure, il sogno di una vita comunitaria ormai
impraticabile negli agglomerati urbani. Infine, anche il rigoroso
Impiegati di Diego Venezia, apparentemente il più rispettoso del
dato sensibile, con quelle interviste strutturate sui modelli
delle scienze sociali, cos’è se non lo sprofondamento
progressivo in un incubo angoscioso dove gli oggetti si sono ormai
sostituiti agli uomini?
Ancora una volta la più realistica delle arti si dimostra lo
strumento ideale per dare forma ai sogni. Il sogno di una città
che non è Milano, ma potrebbe essere.

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