Così lontani, così vicini

I soli numeri di questa nuova edizione del concorso “Lavoro e temi sociali”, trecento opere giunte da ventisette nazioni, raccontano già di una generazione di cineasti con la voglia di riconciliarsi con la realtà. Come a saldare un debito con quel cinema, troppo spesso disertato, che evita i rifugi, che osserva e privilegia tranche de vie. La scelta di un tema impegnativo come il lavoro a dar titolo alla competizione, sta nella nostra convinzione che a esso rimane il privilegio e anche l’onere d’essere la più attendibile chiave di lettura di una società. Il lavoro come ideale, nobilitato dagli ordinamenti, gioiello di famiglia di ogni carta costituzionale, una volta sceso dalle vette dei concetti, si scopre troppo spesso scalfito, intrecciato profondamente con le inquietudini sociali di realtà anche assai distanti fra loro.
Non a caso al centro della riflessione dei registi, spesso vi è proprio l’assenza del lavoro. L’interesse, anzi la passione, di un autore, se ha coerenza, capacità e coraggio, deve spingerlo a scrutare a fondo proprio le ferite aperte da questo assenza; deve portarlo a conoscere più in profondità la realtà di una società che mentre promette la moltiplicazione delle opportunità non riesce, in realtà, a far altro che frammentare quelle già esistenti. La confusione, le incertezze, il precariato derivano anche da questi “spostamenti” dell’economia, che non sempre ci sentiamo di chiamare progressi. 



Bonanza - En vias de extincion
Une femme taxi a Sidi Bel-Abbès
Joutilaat
Lotta sporca
Love & Diane
Una «metressa» a Grand Ville
De l’autre côté
Zedan-e Zanan

Quanto poi all’approccio che accomuna la quasi totalità dei registi delle opere finaliste non è casuale ravvisare, ad esempio, che molti dei film scelti abbiano il respiro del progetto a lungo termine. Gli autori sembrano essere entrati in una vera e propria simbiosi coi soggetti che hanno scelto di raccontare, al fine di poter condensare, anche in una sola ora, le reali inquietudini, quando non drammi veri e propri dei loro protagonisti. In tutti questi film, la discrezione della cinepresa deve come conciliarsi con la sua ossessiva voglia di onnipresenza, dopo mesi, o addirittura anni, di “intrusione”. 
Sotto questa prospettiva non è arduo giustificare la giustapposizione di storie dai luoghi inconciliabilmente distanti. I sobborghi newyorkesi, i tetti della stazione di Milano, le lande desertiche del confine messicano marcato da una cortina sterminata, le inferriate di un carcere iraniano… Ovunque, speranze tenute (anche fisicamente) fuori portata. 
Giovani finlandesi, impacciati nei colloquio di lavoro e davanti alle prime serie responsabilità della vita, sembrano come pesci in un acquario di neve. Operai italiani, talmente accerchiati dal rischio di perdere diritti non più scontati, scelgono disperate forme di resistenza. Tre generazioni di una famiglia afroamericana smembrata dai servizi sociali. E poi argentini che vivono con orgogliosa fierezza una condizione altrimenti grottesca: un cimitero delle auto dove un pittoresco personaggio regna circondato dalla famiglia. Donne iraniane assediate dalla duplice gabbia della detenzione e della precarietà economica. La scelta poco ortodossa di un’algerina che dopo la morte del marito tassista ne eredita l’attività. Ci siamo concessi anche lo spazio delicato di un racconto nostalgico, di una donna che ricorda i suoi anni da maestra, un film che diventa via via il racconto di una vita.
In questo gruppo di opere la più proficua indicazione è il raccontare un fenomeno sociale, la cifra comune di questi film è il rifuggire da facili e presuntuose interpretazioni del tema, è la loro forza nell’averlo “scrostato” dai cliché per mostrarcelo come oggetto nuovo. Questo è il risultato migliore raggiunto da sguardi così lontani, così vicini.