
Il termine “documentario” è tornato di nuovo di attualità? Sembrerebbe di sì. Almeno a giudicare dalle rassegne e dai festival che sono dedicati a questo ‘genere’ e da alcuni estemporanei episodi che sono riusciti a passare nel piccolo schermo e a richiamare l’attenzione, se non di tutto il pubblico, almeno di una quota significativa di pubblico.
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Non parliamo solo di documentari a pieno titolo, come Diario di una siciliana ribelle di Marco Amenta (il quale si è dovuto andare a cercare i soldi oltreconfine) o altri titoli che hanno cominciato a infrangere il muro del silenzio. Quando pensiamo a forme di documentazione della realtà che comportino anche l’eborazione di un autore e una coscienza (o se preferite una responsabilità) civile che entra in gioco, non ci vengono solo in mente film e video ma anche esempi di teatro come il Vajont di Marco Paolini. Di fronte a segni di una rinascita di interesse intorno al documentario nelle sue varie articolazioni rimangono le difficoltà in un mercato dell’audiovisivo che sembra tutto orientato verso il lungometraggio di finzione per il grande schermo, o, per il piccolo schermo, verso una produzione che esclude quasi del tutto ciò che esce dalla rievocazione di modelli già noti. L’inchiesta televisiva, che nella tv delle origini inglobava lo stile documentario, è diventata sempre più spesso un’occasione per appagare il Narciso che si nasconde nel telegiornalista. Se si escludono i primi timidi interventi di tv a pagamento, per i documentari non esiste alcun meccanismo di attivazione della produzione serio È chiaro che in queste condizioni è difficile che vi siano nel nostro Paese esperienze e strutture produttive che abbiano continuità nel tempo e che siano esse stesse “scuole” per la produzione non fiction. Per questo motivo abbiamo pensato fosse utile ragionare con chi lavora sul campo in questo settore e abbiamo proposto un incontro che speriamo (ma molto dipende da chi ci sarà) per vedere se si può uscire dalla secca. Uno degli scopi della rassegna è quello di mettere a confronto esperienze provenienti da Paesi e scuole diverse e di favorirne la conoscenza da parte di un pubblico che non sia non sia composto solo da chi va ai festival internazionali. Abbiamo cercato di scoprire le tracce e gli indizi che testimonino una nuova vitalità di un genere che domani forse non potrà più chiamarsi documentario per le incrostazioni storiche e ideologiche che questo termine porta con sé. Come è successo nelle prime due edizioni di doc (1996, 1997) ci siamo trovati a districarci in una babele di film e video che rispondevano per vari versi alla nostra esigenza di richiamarci all’idea di film-saggio. E allo stasso modo ne siamo usciti dovendo fare molte rinunce, segno che l’idea di partenza non era peregrina. E nell’insieme anche il panorama italiano, pur tra difficoltà che ricordavamo, non ne esce affatto male. Quest’anno abbiamo indetto per la prima volta un concorso internazionale sul tema del lavoro e sui temi sociali. Siamo stati sommersi da video e film provenienti da diversi Paesi . Non abbiamo potuto contare su un poderoso lancio, né sui grandi mezzi di comunicazione, e spesso ci siamo domandati come tanti autori fossero venuti a conoscenza del bando. Come in tutti i concorsi, non sono mancati i mitomani, ma nella media abbiamo ricevuto opere degne di nota . Abbiamo scelto che il concorso fosse aperto, senza esclusione di genere, anche a film di fiction. Non siamo puristi e la linea di ricerca che abbiamo intrapreso è al confine tra la fiction a la documentazione della realtà. È più in un atteggiamento verso la realtà. È per questo motivo che abbiamo scelto di dedicare un omaggio a Alain Tanner il cui percorso può essere un esempio di questo affascinante zigzagare.
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