Più di trent'anni fa – nel 1967 per la precisione – sul primo numero della rivista «Cinema & Film» venne pubblicata la sceneggiatura di Nicht Versöhnt (t.l. Non riconciliati) di Jean-Marie Straub. 

Ecco un breve estratto dalla presentazione di allora: «L'importanza particolare del film di Straub ... va rintracciata nella "tabula rasa" che osa fare, criticamente, ... nei confronti di stratificazioni stilistiche – sonore, figurative, narrative – preesistenti, ponendosi come fatto cinematografico nuovo di fronte allo spettatore..». Oggi, come allora, e forse più che in altri momenti, si avverte la generale necessità di procedere a una nuova "tabula rasa" contro tutte le stratificazioni del cinema italiano contemporaneo e di esaltare, quale metafora di comportamento, il titolo del film di Straub, senza più essere disposti a riconciliarsi con le sue forme manifeste e ufficiali. Sarebbe interessante poter analizzare in profondità i motivi per i quali si è arrivati a questo imbarbarimento, a questo medioevo ricco di copisti senza originalità tale per cui si rende necessaria una "tabula rasa". Un lavoro complesso, adatto all'elaborazione di una tesi universitaria di qualche giovane armato di buona volontà e occhio critico. Limitiamoci solo a porre alcuni quesiti di attualità cercando risposte e proponendo ipotesi interpretative. 1. Perché tanto trionfalismo, ottimismo e attivismo da parte dei massimi rappresentanti delle istituzioni che presiedono all'attività cinematografica? Certo una stagione con gli incassi di La vita è bella, Tre uomini e una gamba e Fuochi d'artificio può far gridare al miracolo. Questo non giustifica, però, né la stupida clonazione né il fatto che improvvisamente tutti coloro che hanno un minimo di riscontro sugli altri mass media si sentano autorizzati a fare dei film. Sembra di assistere alla ripetizione di un fenomeno già visto negli anni Settanta e nei primi Ottanta. I comici – e i cantanti – lanciati dalla televisione, strabordano nel cinema trascinandosi dietro gli spettatori. Il pubblico dei teledipendenti, quello che casualmente va al cinema, ci va solo per rivedere i propri beniamini che già conosce tramite la televisione. Tramontata l'epoca di Celentano e Nuti, alla frutta quella di Pozzetto, Boldi, De Sica et similia, siamo oggi alle prese con Aldo Giovanni e Giacomo, Ligabue, Max Pezzali, Pieraccioni e Panariello. E dovremmo essere ottimisti per le sorti del cinema italiano solo per i loro incassi? Non c'è solo questo, è vero. Ma per gli altri film, per i pochi veri che riescono a uscire nelle sale, non è possibile essere ottimisti, almeno dal punto di vista degli incassi. Avrà le sue gatte da pelare la signora Castellina, incaricata di promuovere all'estero, attraverso la neocostituita Agenzia per il Cinema italiano («fortemente voluta dal ministro Veltroni» – si è letto su tutti i giornali – e su modello dell'omologa francese) i prodotti nazionali. D'altronde, fino a oggi, salvo rari casi, si è puntato sull'esportazione del folklore: spaghetti pizza e mandolino, o del neorealismo post litteram. Va riconosciuto comunque a Veltroni il merito di aver sviluppato i criteri di applicazione della legge cinema per i film italiani e di aver recentemente esteso i finanziamenti anche alla produzione dei cortometraggi. Il vero problema però è che fintanto che il mercato rimarrà blindato su situazioni di monopolio composto dai distributori americani da una parte, e dall'altra dalle tre major italiane (Medusa-Cecchi Gori-De Laurentiis) che di fatto controllano direttamente o indirettamente con forme di pressione aggressive più dell'80% di produzione, distribuzione ed esercizio (almeno nelle città chiave), qualunque legge a sostegno della produzione sarà inevitabilmente inefficace. Evidentemente non è solo l'aspetto strutturale a non funzionare. Ben più grave è la crisi di idee. E qui siamo alla seconda domanda. 2. Perché i film italiani non riescono a essere portatori di fermenti nuovi e a esprimere uno stretto rapporto con la contemporaneità? Il riferimento ovviamente è ai cosiddetti film da sala, perché in realtà il fermento esiste e il rapporto con la contemporaneità pure. Solo che bisogna andarselo a scovare, con fatica e con perseveranza in mezzo al mare di ciò che d'altro viene prodotto, oltre ai film. Però il pubblico non può andarsi a cercare le cose da vedere in questo modo, a parte il fatto che concretamente non esistono spazi dove poterlo fare se non la notte su alcune televisioni o nei piccoli festival specializzati. Il pubblico accede a ciò che il mercato propone e fa i suoi paragoni. Viene da domandarsi perché in Italia non si possono fare film come Full Monty o The Big Lebowsky o Racconto d'autunno o The Opposite of Sex. Non sono film più costosi di quelli italiani. Non è, quindi, un problema di mezzi. I personaggi di Full Monty non sono tanto lontani dai disoccupati organizzati di Napoli. Drugo Lebowsky vive alla periferia di Los Angeles, ma potrebbe tranquillamente stare a rollarsi le canne in una casa minima di Baggio e a giocare a boccette con i suoi amici al bar lì vicino. Le protagoniste del film di Rohmer potrebbero vivere nella campagna senese o nell'alessandrino. Potremmo continuare così, ancora per un po', a proporre citazioni e confronti. Personaggi, storie situazioni, esistono anche da noi solo che raramente viene colto qualcosa di ciò che accade: non si arriva a percepirne l'essenza universale. E poi c'è il problema della messa in scena e della resa cinematografica. Stiamo assistendo a uno scenario ancor più preoccupante. Da un lato c'è una sorta di tendenza generale alla cosiddetta commedia sia nella pratica che nelle richieste che i produttori fanno ai registi, dall'altro c'è una preoccupante fuga dalla contemporaneità, verso il passato, quasi che il presente fosse irracontabile se non, appunto, nei termini della commedia. Assistiamo impotenti – mentre verrebbe voglia di scagliare le poltroncine contro lo schermo – a una serie di falsi in atto pubblico, a messe in scena ridicole, a una trattazione macchiettistica e stereotipata dei personaggi, a una sgradevole sensazione di inautenticità delle situazioni rappresentate, a una totale assenza di quell'urgenza che possa rendere necessaria la rappresentazione, alla mancanza di sguardi, visioni e punti di vista originali che aprano i nostri sensi a una percezione gratificante per il cuore e per la mente. Il povero Della Volpe dovrebbe apparire di notte in sogno agli autori del cinema italiano affinché, toccati da un notturno cauchemar, possano almeno ripassarsi le sue lezioni sulla verosimiglianza e riuscire a iniettare nei propri prodotti sane dosi di autenticità. Qualcuno sta mettendo in giro la voce che le storie che raccontano la contemporaneità vanno rappresentate in prodotti per la televisione. E il successo d'ascolto di Un posto al sole ha sortito due effetti precisi: il direttore della sede Rai di Napoli – dove si produce la serie – è stato chiamato a dirigere Rai3; le reti Mediaset stanno andando al contrattacco con la nuova serie La vita è oggi strutturata sul modello del prodotto della Rai. Inoltre, la recente approvazione della legge sulle quote di opere europee da trasmettere e produrre in televisione, non fa altro che confermare questa tendenza. 3. Cosa si nasconde dietro al probabile e possibile boom della fiction televisiva? Si diceva della legge che obbliga le televisioni all'acquisto e alla produzione di filmati e film prodotti in Europa. Una legge che si adegua alla normativa prevista dalla Comunità Europea e che è stata fortemente sostenuta da coloro che ne saranno i maggiori beneficiari: i produttori di film per la televisione associati nell'APT. Ma per fare cosa? Abbiamo visto quali sono i modelli di serie che loro hanno in mente ed è quotidianamente sotto i nostri occhi quello che viene proposto. Per un po' c'eravamo illusi che le cose potessero prendere una svolta nuova, sia perché alcuni personaggi considerati "intelligenti" avevano assunti ruoli decisivi nella direzione delle reti (Freccero e in precedenza Iseppi), sia perché i dati ufficiali davano un forte calo in termini assoluti di pubblico televisivo, imponendo quindi una scelta di modifica sostanziale. Successivamente la sostituzione di alcuni dirigenti, l'immobilismo di quelli rimasti e ultimamente la ripresa dell'audience televisiva hanno fatto calare le speranze. Va detto inoltre che in Italia le competenze di cinema e di televisione appartengono a due ministeri diversi come se la comunicazione audiovisiva non fosse unica e questo non facilita certo le cose. In altri Paesi le emittenti televisive lanciano e sperimentano nuovi prodotti, nuovi autori, fanno scuola di perfezionamento per i talenti di domani. In Italia succede paradossalmente l'opposto. Per le opere di qualche giovane autore – di quelli vivaci, di quelli che, come si diceva sopra, si rapportano alla contemporaneità – il massimo che le televisioni fanno attualmente è utilizzarle per riempire alcuni contenitori di fascia notturna o mattutina. Nessuno, poi, pensa a cogliere doti e talenti e riversarli in nuove produzioni. Una nota a parte spetta al tema del documentario. Si riuscirà mai anche in Italia a rendere questo genere qualcosa che sia possibile praticare con continuità e a vederlo in spazi destinati al grande pubblico cosÏ come viene fatto in altri Paesi? (Nella vicina Svizzera italiana, ben due prime serate della televisione pubblica sono dedicate al documentario). Qualcosa sta facendo Tele+ – che pare abbia anche intenzione di muoversi nella produzione di fiction alla ricerca di talenti e invenzioni visive – per il resto è deserto produttivo. Solo la buona e individuale volontà di qualche spericolato autore o produttore indipendente consente di vedere ogni tanto in giro per festival prodotti di valore. E pensare che il documentario creativo è un altro terreno di pratica, di sperimentazione di opportunità, di visioni e di rapporti intensi con l'oggetto del racconto. 4. Cosa sta succedendo al cortometraggio italiano? Si diceva sopra della nuova legge che finalmente renderà possibile il finanziamento ai cortometraggi, che è sicuramente un buon passo avanti per migliorane la fattibilità. Rimane però il timore che a usufruire della legge siano le società già minimamente strutturate, e che tutta l'area della nuova creatività, forse un po' ingenua ma potenzialmente innovativa, rimanga comunque fuori dal gioco. In altre occasioni si è parlato dell'inevitabile ruolo di palestra che svolge la realizzazione dei cortometraggi: questo compito non deve passare in secondo piano a favore di una più radicata scelta di cortometraggio come prodotto tout-court, come alcuni segnali lasciano intravedere. L'associazione che riunisce produttori e distributori di corti è infatti forte e strutturata: i suoi componenti si muovono ormai, nella maggior parte dei casi, come i loro omologhi del lungometraggio, riducendo tutto, spesso e volentieri, al problema di come ricavarne un affare. Molti autori ragionano in termini di presunzione autoriale utilizzando mezzi e risorse sproporzionate, perdendosi nelle logiche di una produzione più grande, esibendo le possibilità tecniche e perdendo di vista la sostanza. Grave è poi il fatto che la legge non prenda in considerazione, sul cortometraggio, una diffusione territoriale, centralizzando, ancora una volta, tutto. Immaginiamoci un giovane filmmaker di una cittadina di provincia che voglia fare un cortometraggio, alle prese con la burocrazia della domanda ministeriale con i funzionari della Banca Nazionale del Lavoro o con i revisori dei conti, in preda a problemi di garanzie finanziarie, di certificazioni contabili. C'è da rabbrividire. 5. Allora, che fare? Sperare che continuino a esistere filmmaker dotati di talento e volontà indipendentemente dai limiti proposti dalle istituzioni, dalla struttura del mercato cinematografico e dalle televisioni. Consentire in qualche modo l'allargamento della loro base produttiva, fornendo risorse e stimolando progetti. Questo è quello che da anni Filmmaker sta facendo con le sue piccole forze e le sue limitate risorse. Poi però un passo dovrà essere fatto anche da chi gioca ruoli più decisivi. Non è possibile che le istituzioni operino solo in difesa dei privilegi acquisiti. Occorre riprendere da zero, da una necessaria tabula rasa lavorando sull'emergente, sui nuovi autori, sui giovani che escono dalle scuole, sulla creatività di chi propone idee e sguardi innovativi. Cosa si potrebbe fare in concreto:

Delegare su base regionale le risorse per i cortometraggi (va ribadito, a questo proposito, che in un referendum è stato abrogato il ministero dello spettacolo e le competenze, trasferite alla presidenza del consiglio dei ministri avrebbero dovuto e potrebbero almeno in parte essere diffuse territorialmente), avvicinando così in modo concreto i talenti ai finanziamenti, introducendo, inoltre, un concetto di elasticità di finanziamento e di modalità operative che le attuali indicazioni non lasciano certo intravedere.

Definire, con un articolato confronto tra televisioni, istituzioni e associazioni, spazi chiari e precisi all'interno di acquisizione e produzione delle quote europee da parte delle televisioni a favore di documentari, cortometraggi e produzioni innovative. Questo può avvenire, per esempio, in stretta relazione con le sedi regionali Rai.


Far nascere agenzie regionali (coordinate tra loro) per la promozione, il sostegno e la diffusione dei nuovi prodotti.


Sviluppare forme di orientamento e crescita dei talenti che progressivamente emergono, di sostegno ai loro lavori, di tutela e valorizzazione delle loro capacità.

Utopie, si dirà. Probabilmente sì. Non per questo ci si deve fermare e accettare l'esistente. Occorre continuare ad agire senza illusioni e nemmeno chiamandosi fuori in una presunta e astratta purezza. Sporcandosi le mani ma non riconciliati.

Daniele Maggioni