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Filmmaker invecchia. Ma, come dimostra la realizzazione del nuovo progetto produttivo, invecchia bene. In quello che potrebbe sembrare un ritorno all’antico — il contributo diretto per i film dei giovani autori — si possono cogliere tutte le differenze rispetto agli interventi degli anni Ottanta, quando Filmmaker era l’espressione organizzativa di un gruppo di autori, produttori, tecnici e operatori culturali che cercava di promuovere un cinema diverso da quello romano. Se allora il progetto complessivo era trovare uno spazio per film e autori nell’anomalo mercato cinematografico, oggi l’esigenza primaria è invece di tipo formativo e quindi la proposta di Filmmaker ha assunto un taglio più marcatamente "pedagogico".
Il mercato si è come sfasciato e la centralità del lungometraggio di finzione è oggi intaccata da una pluralità di forme che vanno dal corto (una vera e propria moda degli ultimi anni) al video (dal servizio giornalistico alle installazioni), al film di montaggio, alle pratiche ibride del film-saggio. E tutto senza voler considerare la frontiera, in continua evoluzione, delle nuove tecnologie multimediali.
Si tratta di un movimento convergente che coinvolge anche, se non soprattutto, altre forme di espressione: il romanzo si incrocia con l’inchiesta giornalistica (da Gosh a Veronesi), il teatro riscopre con Paolini l’orazione civile (e la porta in tv, sconvolgendone il palinsesto: tre ore senza interruzioni!), mentre istanze narrative increspano la stilizzata superficie dell’arte visiva contemporanea.
In questo quadro di ricombinazione complessiva del panorama, crediamo che la partita del cinema debba essere aggiornata alla luce delle esperienze più significative degli ultimi anni che, da Martone a Ciprì e Maresco alla clamorosa Roberta Torre, hanno fatto leva sulle specificità locali (dall’intreccio con il teatro e la canzone, alla resistenza antropologica di culture altrove scomparse) per affermarsi su un piano nazionale.
Abbiamo voluto individuare nella ricerca e nell’innovazione (di linguaggi e forme, ma anche di formule di mercato, di intrecci di committenze) la specificità milanese. Milano è la capitale della tv commerciale e dell’editoria, e probabilmente assumerà una posizione di preminenza nei cosiddetti new media: sarebbe stato leggermente miope puntare sul cinema che tradizione ed economia vogliono si faccia a Roma.
I cinque lavori che presentiamo sotto il titolo "Le mani sulla città" esibiscono una pluralità di impostazione, progetto e ambizioni (i risultati li valuteranno gli spettatori) che siamo convinti possa dare un’idea dell’ampiezza di possibilità e di opportunità contenuta nel termine "audiovisivo". Si va dal documentaristico Girotondo, girato nelle balere da Matteo Pellegrini, alla fiction adolescenziale di Giovanni Maderna (Dolce Stil Novo), alla videoinstallazione di Michelangelo Frammartino, mentre Antonio Bocola e Paolo Vari sono partiti dalla loro esperienza di videogiornalismo per raccontare la storia di "spaccio e sbattimento" di Fame Chimica e Sergej Grguric ha preso di petto l’irrappresentabilità della musica contemporanea per il suo Grande come Demis Roussos.
Tutti gli autori hanno messo in piedi le proprie produzioni con il contributo dei migliori professionisti sulla piazza di Milano, attivando quell’intreccio di passione e competenza professionale che è condizione necessaria per realizzare al meglio questi lavori. In questo hanno dimostrato di sapere fronteggiare adeguatamente la committenza di Filmmaker, che, oltre a fornire mezzi finanziari e aiuti materiali, ha imposto il rispetto di tempi e budget.
Proprio perché molto soddisfatti dall’esito di "Mani sulla città", crediamo che sia il caso di insistere. Lo faremo in due direzioni: da un lato preparando un nuovo progetto che siamo convinti possa raccogliere consensi e ulteriori sostegni presso le istituzioni, dall’altro continuando a proporre le esperienze più significative del cinema e del video indipendente e fuori formato (per durata, linguaggio e supporto) di tutto il mondo. La ricerca di maestri non deve mai ridursi all’indicazione di modelli: noi abbiamo deciso di continuare a scompaginare le carte e dare aria alle ambizioni proponendo per la prima volta a Milano lavori di Marker (il suo Level 5 è la più lucida riflessione sulle nuove tecnologie che conosciamo), Frank, Pelesjan, Depardon.
L’azzardo è il rovescio della saggezza: Filmmaker ha l’età per permetterseli entrambi.
I film del progetto produttivo 1997 "Le mani sulla città"
Paolo Vari & Antonio Bocola
Fame chimica
It. 1997; col, 16 mm, 40’
Con i ragazzi del Giambellino
Soggetto e sceneggiatura: Francesco Scarpelli, Paolo Vari, Antonio Bocola con la collaborazione di Elisabetta Bucciarelli. Dialoghi: Francesco Scarpelli. Direttore della fotografia: Mladen Matula. Casting e training con gli attori: Cristina Proserpio. Musiche originali: Roberto Coppolecchia. Direttore di produzione: Sabina Uberti Bona
Secondo una ricerca condotta quest’anno dal Cnr per conto del ministero dell’Interno, il 24% dei giovani di sedici anni ha provato almeno una volta le cosiddette droghe leggere. In altre parole ha fumato almeno una canna. Il cinque per cento ha già provato l’ecstasy, e ammette di fare uso di alcol. È possibile liquidare dei numeri così alti in formule stereotipe come quella dei "drogati"? Chi con le droghe e le tossicodipendenze ha avuto a che fare, direttamente o per motivi professionali, sa benissimo che non è possibile. Chi sono i nuovi consumatori di droghe? E come quest’ultime hanno cambiato l’atteggiamento culturale di chi le usa? Che fine ha fatto l’eroina?
Il film nasce dalla collaborazione con la Comunità Giambellino, una cooperativa che da vent’anni opera nell’omonimo quartiere facendo prevenzione ed educazione di strada. Con il loro aiuto gli autori hanno avvicinato alcuni giovani che frequentano le piazze del quartiere: ne è nato un rapporto di confidenza che gradualmente si è rafforzato e la partecipazione al progetto, tra fatiche ed entusiasmi, si è fatta sempre più appassionata. Ne è nata una storia che, mischiando volutamente il registro della finzione a quello delle interviste documentarie, ha per protagonista Manuel, uno dei ragazzi del Giambellino.
Manuel ha diciassette anni, diploma di terza media, senza un lavoro fisso, vive in strada smazzando hashish, ecstasy e cocaina. Nella sua piazza, in uno dei tanti quartieri dormitorio della periferia milanese, lo conoscono tutti: gli amici della sua compagnia, che gli altri chiamano "zarri, Sammy, frequentatore dei centri sociali, e ancora i ragazzi e le ragazze hip-hop. Attraverso i loro racconti, narrati a flashback, viene ricostruita una notte come tante, nei fine settimana di Manuel. Canne, cylom, piste di coca, acidi, a scandire il movimento frenetico che lo conduce da una situazione all’altra. Dalla megadiscoteca di provincia a una festa antiproibizionista del centro sociale Conchetta, per finire con un’incursione dentro una stazione ferroviaria accompagnando due ragazzi hip-hop a taggare, graffitare i vagoni dei treni, facendo attenzione a non lasciarsi sorprendere dalla polizia.
Sfidare l’autorità, lasciarsi andare alle risse, vivere in piazza con la fedele compagnia del branco e del proprio scooter, farsi le canne, ingoiare le pastiglie. E ancora il lavoro che quasi mai c’è, i rapporti con la famiglia, la sessualità e i primi amori. Come affrontare tutto questo? Dove sono i confini tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? E soprattutto, chi deve deciderlo? Esiste un’alternativa alla piazza? Quanto hanno contribuito i centri sociali alla battaglia contro l’eroina e alla diffusione della cultura antiproibizionista? Sono domande alle quali ognuno dei ragazzi dà una risposta personale, nel film.
Eppure la storia di Manuel e della sua piazza assume da subito una dimensione corale, senza alcun bisogno di forzature. Semplicemente, è la storia di chi ha diciotto o vent’anni, in una disastrata periferia, nel 1997. La storia di una generazione nata e cresciuta ai margini della "Milano da Bere"; una generazione che ha sviluppato un netto rifiuto nei confronti dell’eroina, che porta all’aids. Una generazione che non accetta ipocrisie sulle droghe leggere, e tuttavia pare non accorgersi di essere esposta a un modello di consumo sempre più accelerato e convulso, una fame chimica che influenza tutti gli aspetti della vita, dalle trenta canne al giorno alle dieci ragazze slinguate in una sera, o un pomeriggio, trascorsi in discoteca. Una generazione che malgrado tutto conserva i tratti — tipici di quell’età — che possono consentire una crescita: generosità emotiva, apertura, curiosità, ricerca di conferme nei confronti dei coetanei e verso il mondo degli adulti, che spesso li liquida con formule semplicistiche. Ma cosa ne sanno loro del booster, della musica techno, dell’ecstasy e dei cylom di "superpolline"?
Bocola & Vari
Antonio Bocola e Paolo Vari, giovani cineasti milanesi, sono attivi da alcuni anni sulla scena indipendente italiana e vantano esperienze professionali nel campo pubblicitario e televisivo. Insieme, nel 1996, hanno diretto il film documentario Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare, sul teatro di ricerca italiano, giunto tra gli otto finalisti del Festival TTVV di Riccione.
Francesco Scarpelli scrive da oltre dieci anni. Come sceneggiatore e coregista ha lavorato in produzioni pubblicitarie, televisive e documentarie. Nel 1996 ha partecipato alla scrittura e alla realizzazione del film-documentario Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare, diretto da Antonio Bocola e Paolo Vari.
Michelangelo Frammartino
La casa delle belle addormentate
Videoinstallazione
Interpreti: Stefania Casiraghi. Idea e realizzazione: Michelangelo Frammartino. Produzione: Studio Azzurro. Fotografia: Franco Petter. Scenografia: Barbara Bernardi, Marisa Fania, Anselmo Sorgiovanni.
"Scherzi di cattivo genere non fatene; non sta bene neppure infilare le dita nella bocca delle ragazze che dormono.
Non cercate di svegliare la ragazza. Per quanto possiate tentare, non si sveglierebbe... È profondamente addormentata e ignara di tutto, continua a dormire dal principio alla fine e non si rende conto di nulla, capite?"
Le raccomandazioni rivolte al vecchio Eguchi dalla donna della locanda, nel bel racconto di Kawabata, raggiungono anche il visitatore della nostra Casa delle belle addormentate. A nulla servirebbe scuotere o parlare all’immagine della donna assopita proiettata sulla superficie del letto. L’accesso a lei è possibile, ma resta segreto se indagato dalla violenza del desiderio.
Bisogna lasciarsi sedurre dall’immagine: imparare, come fa il vecchio Eguchi, a cogliere le cose mentre dormono, quando sono meno leste a indossare la maschera che chi osserva impone a ciò che è osservato. L’immagine della dormiente non reagisce direttamente al contatto con il nostro corpo, ma se lasciamo scivolare la nostra mano sotto la lampada che qualche curioso ha allungato fin sul letto, ecco che l’ombra delle cinque dita viene proiettata sulla bella addormentata come se questa fosse presente in carne e ossa. L’ombra si adagia sul viso, scivola sulla curva dei fianchi, sprofonda tra le pieghe del corpo. La donna si volta, geme: ha avvertito qualcosa? La nostra ombra si è fatta immagine per accarezzarla; l’ha raggiunta nell’abisso del sonno. La fanciulla ci sta rispondendo? O forse il suo movimento è stato solamente casuale, e continua a non accorgersi di nulla? E se, al contrario, fosse addirittura sveglia e godesse della seduzione che è capace di esercitare?
L’ombra si fa immagine. Spetta ora all’immagine rivestire il ruolo dell’ombra. Ruolo che, al di là di tutte le valenze poetiche e metaforiche, comporta sicuramente il compito di donarci spessore, plasticità, vita (senza l’ombra saremmo figure piatte, vuote, sterili).
Nell’incontro tra il visitatore e l’immagine assopita si produce una nuova immagine con nuove qualità: la sensazione è di trovarsi di fronte a un’inquadratura, capace di riprendere l’invisibile flusso seduttivo che lega l’una all’altra. Dalla seduzione dell’immagine, all’immagine della seduzione.
Michelangelo Frammartino
Michelangelo Frammartino nasce a Milano nel 1968. È diplomato in regia alla Scuola di Cinema di Milano. Laureando in architettura, ha lavorato in studi di grafica e di architettura; ha realizzato video di documentazione, vari cortometraggi e videoinstallazioni.
Sergej Grguric
Grande come Demis Roussos
It. 1997; col, 16 mm; 15’
Con la collaborazione di: Agon
Interpreti: Silvia Saban (Musa), Michele Tadini, Dalila Sena. Soggetto: Sergej Grguric. Produzione: Filmgo. Prod. esecutivo: Antonio Pacor. Fotografia: Andrea Treccani. Montaggio: Roberto Fiocchi. Fonico presa diretta: Roberto Mozzarelli. Dir. produzione: Marco Alzati. Coord. produzione: Renato Marchianò. Costumi: Cristina Carmignani. Trucco: Tea Bakota. Edizione: Zilda Ferreira Bravo. Ass. operatore: Roberto Barbierato, Andrea Locatelli. Ass. montaggio: Mario La Rocca
La realtà della musica contemporanea colta è un tema che conosco appena. Iniziando a lavorare mi toccava pensare come relazionarsi con il lavoro artistico che non fa parte di quell’arte che io normalmente consumo. Andando avanti a conoscere i compositori di Agon notavo la loro serietà nella creazione e l’entusiasmo nel loro impegno. E ho pensato alla Musa.
Una signora che si è ritirata nella vita privata come le vecchie dive ma che nello stesso tempo non ha perso l’interesse per le cose nuove. Doveva essere una Big Mama, un tanker di esperienza, una che ha vissuto per millenni circondata da artisti e forse per questo doveva diventare come Clint Eastwood, decisa e giusta. Mi piaceva il fatto di vederla parlare con un compositore vero e contemporaneo e in questa maniera raccontare il lavoro e i pensieri che stanno dietro la sua musica.
Sergej Grguric
Sergej Gruric nasce a Pula (Croazia) nel 1972. Vive e lavora a Milano, dove si è diplomato presso la Scuola di Cinema di Milano. È stato assistente di Maurizio
Zaccaro.
Giovanni Davide Maderna
Dolce Stil Novo
It. 1997; col, 16 mm; 16’
Con la partecipazione dell’I.T.C.S. di Bollate (Mi). Sceneggiatura: Giovanni Davide Maderna. Fotografia: Massimo Foletti. Montaggio: Paola Freddi. Suono: Roberto Mozzarelli. Edizione: Micaela Di Carlo. Aiuto regia: Stefania Grimaldi. Coordinamento progetto per Filmmaker: Luca Mosso
Ogni film è anche, per chi lo realizza, un’esperienza umana. È l’incontro con persone che non si conoscevano prima e un’approfondimento del rapporto già esistente con altre. Il tutto sottoposto alla terribile (ma anche benefica sotto molti aspetti) legge del set, che impone una frenetica attività e un impegno totale. Di solito quindi tutti i nodi vengono al pettine. Tutti i conflitti e le difficoltà (professionali ma anche umane) vanno affrontate. E questo non è l’ultimo dei motivi per cui ho scelto di fare cinema.
In questo specifico progetto produttivo, l’idea di portare, e in qualche modo imporre, le dinamiche della realizzazione cinematografica a un gruppo di ragazzi, all’interno di una scuola, mi è sembrata stimolante. Una provocazione interessante sia per chi questo lavoro lo fa normalmente, magari nella routine delle produzioni pubblicitarie o televisive, sia per gli adolescenti che non sapevano minimamente a cosa andavano incontro. Il tutto partiva oltretutto dalla mia personale esperienza, tutt'altro che positiva, della scuola superiore. Volevo verificarla ponendomi, nei confronti dell'istituzione, in un ruolo diverso.
E tutte queste tematiche sono venute puntualmente a galla durante i sette giorni di riprese.
Il rapporto con i ragazzi era, da parte mia, soprattutto di curiosità: non li capivo, mi sembravano molto diversi da me alla loro età. Poi, al momento di scegliere l'attore principale, ho cercato qualcuno che potesse incarnare il rapporto conflittuale con la scuola che io avevo in mente. Il lavoro successivo, con Andrea, é stato cercare di capire qualcosa di lui, permettendogli di modificare il personaggio che avrebbe dovuto interpretare.
Per quanto riguarda Lisa, quello che mi ha più colpito é stata, sin da subito, la sua contraddittoria timidezza. L'alternanza fra riservatezza, slanci di entusiasmo quasi imbarazzanti, e silenzi indecifrabili.
La collaborazione con insegnanti che seguivano il progetto ha in effetti permesso la realizzazione del film ma, almeno per quanto mi riguarda, é come se , una volta iniziato il rapporto con i ragazzi, fosse diventata superflua, o addirittura di troppo. Per esempio, alcuni conflitti con gli interpreti durante le riprese sono stati superati solo a livello del mio rapporto personale con gli attori (come é giusto che sia su un set), non dal punto di vista prettamente didattico ed educativo (i due piani non si possono a mio avviso separare, ma comunque non c'è stata concordanza di vedute sulla questione).
In una situazione produttiva decisamente precaria, ho avuto la fortuna di poter contare su una troupe davvero motivata e professionale, che mi ha dato completa fiducia e che ha ottenuto, considerati i limiti di tempo e soldi, i migliori risultati tecnici possibili.
Ma il film é a mio parere riuscito anche sotto un altro aspetto. Ho l'impressione che vedendolo davvero si abbia la possibilità, se non di comprendere , almeno di avvicinarsi ai protagonisti, alla loro età e al loro modo di pensare.
Io almeno, che non comprendevo inizialmente né Lisa né Andrea, in questi giorni, guardando la cassetta del montaggio provvisorio, ho avuto l'impressione che mi abbiano spontaneamente dato di se stessi più di quanto chiedevo loro. E che in qualche modo (questo è, ogni volta, il miracolo del cinema) il loro costruirsi come persone/ personaggi sia avvenuto a mia insaputa, in modo impercettibile durante le riprese, ma sorprendente a lavoro finito.
Giovanni Davide Maderna
Giovanni Davide Maderna nasce a Milano nel 1973. Ha studiato cinema a Lione e al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Matteo Pellegrini
Girotondo
It. 1997; col, 16mm; 14'
In collaborazione con i CTS del Comune di Milano.
Produttore: Mario Castagna. Fotografia: Alessandro Pavoni. Operatori unità video: Ugo Carlevaro, PierLuigi Laffi. Montaggio: Fabrizio Rossetti. Suono: Luciano Rorato. Organizzazione: Marco Farina, Marzia Poma. Casa di produzione: Altamarea Film.
Gli anziani ballano il liscio nei circoli e nelle balere di Milano. Ballano da una vita e ognuno di loro ha una sua storia, un episodio, un periodo magico da raccontare.
La mia idea di partenza era di dedicarmi al tema del ballo liscio non in modo oggettivo, spiegando semplicemente cos'è, come si balla, dove e quando, ma in modo totalmente soggettivo e personale.
Cercavo qualcosa di emozionante, di interessante, di originale sul ballo liscio. Qualcuno che, scavando nelle proprie memorie, potesse far emergere un episodio, un momento particolarmente significativo della sua vita legato al ballo.
Un bellissimo pretesto per racconti di vita vissuta che forse anche gli stessi protagonisti avevano in parte dimenticato.
Credo che tutti quelli che hanno preso parte alla realizzazione di Girotondo abbiano vissuto una bella esperienza. Stare ad ascoltare dei racconti di vita vissuta di persone non più giovani, di anni anche lontani, con episodi tristi o divertenti, é emozionante. abbiamo avuto la precisa sensazione che queste persone fossero contente di poter raccontare qualcosa a noi giovani, qualcosa della loro esperienza di vita, che potesse forse insegnarci qualcosa.
Gli anziani ballano felici e filano veloci al ritmo della musica. Poi un giorno non ci sono più. La musica continua e loro ne sono felici.
Matteo Pellegrini
Matteo Pellegrini è nato nel 1967, si é diplomato nel 1991 presso la Scuola di Cinema di Milano. Ha lavorato in pubblicità e in televisione. E' stato assistente di Maurizio
Zaccaro.
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