MIR cinema
 

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Società di produzione fondata nel 2005 per dare vita a progetti di film e di documentari che facciano riferimento alle inquietudini del mondo di oggi. Alcuni tra i titoli prodotti da Ginfilippo Pedote e Francesco Virga, soci e produttori di MIR: Italian Dream (2007) lungometraggio di Sandro Baldoni. Per sempre (2005) documentario di Alina Marazzi, prodotto da MIR Cinematografica e CISA Service (Lugano), in co-produzione con RTSI- Televisione svizzera - Festival di Locarno 2005. Fame Chimica (2004) di Antonio Bocola e Paolo Vari. Prodotto da Coop Gagarin con UBU Film, Cisa Service (Lugano), TSI, in collaborazione con Tele +. Distribuzione Lucky Red. Festival di Venezia 2003 - Nuovi Territori.

Cosa ti spinge a produrre documentari nel difficile scenario italiano?
Francesco Virga: Dunque, per dare una risposta ragionata, il motivo è di mantenersi curiosi verso la società. Lo scenario italiano non è dei più sereni, è noto, la televisione pubblica non si assume il ruolo che forse dovrebbe avere per statuto. Il panorama italiano dunque sembra scoraggiare la produzione, è vero, ma mi piace pensare che sia possibile emergere anche in un contesto difficile. D’altronde faccio questo lavoro da dieci anni… Negli ultimi anni si è creato un network non tradizionale, per cui è possibile produrre dei documentari. Non sono solo documentari per la televisione.

Quali sono i tuoi interlocutori nella fase iniziale di un progetto? E nella fase finale?
I primi interlocutori sono sicuramente gli autori e i soggetti del film che si vuole produrre. In seconda istanza ci si rivolge alle televisioni, prima a quelle nazionali (che si riducono a RaiTre, Fox e negli ultimi anni anche RaiCinema, purtroppo in Italia non c’è un’offerta più ampia), poi a quelle internazionali che sono in ogni caso necessarie. Infatti nei piani di finanziamento sono sempre previsti dei costi di traduzione, perché è importante pensare alla possibilità di aprirsi verso platee e mercati internazionali, siano essi festival cinematografici o televisioni. Anche se spesso questo porta ad una standardizzazione, è chiaro. Poi ci si rivolge anche ai Fondi pubblici europei (MEDIA) e in una fase finale ai distributori, anche loro posso influire sulla partecipazione finanziaria al progetto. Prendiamo il caso di Un’ora sola ti vorrei, un film autoprodotto da noi e che poi si è aperto a mercati internazionali; in quel caso il distributore americano ha permesso al film di avere una vita anche all’estero.

Hai avuto un’esperienza di coproduzione? Con chi?
Certo, sono fondamentali le forme di co-produzione, sia per motivi finanziari che per garantire una miglior qualità al film. Prendiamo come esempio l’ultimo nostro documentario, Vogliamo anche le rose, si tratta di una coproduzione maggioritariamente italiana e minoritariamente svizzera che ha vantato un approccio produttivo come un film di finzione. Non parlo solo di vantaggi di carattere finanziario, ma anche vantaggi che hanno reso il film qualitativamente migliore. Tutta la postproduzione è svizzera e non avremmo potuto usufruire di uno dei migliori studi se non avessimo avuto un partner svizzero, questo ha facilitato molto i contatti.