BIANCAFILM
 

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Nata nel 1993, la società di Donatella Botti ha mostrato un forte interesse nella realizzazione del nuovo cinema italiano d’autore, producendo opere di registi come Calopresti, Rubini, Martone e Mazzacurati. Si è dimostrata attenta al lancio di registi giovani, producendo i primi film di Francesca Comencini e di Matteo Garrone. La società ha utilizzato spesso lo strumento della coproduzione, collaborando principalmente con la Francia (ad esempio, ha coprodotto insieme all’Europacorp. La Felicità non costa niente di Mimmo Calopresti). Nello specifico del documentario, oltre al nuovissimo progetto “OPV – I diari del ritorno”, Houcine e Raul, in passato ha prodotto oltre a Garrone e Calopresti, Ilaria Freccia, Alessandro Angelici, Marco Turco, Riccardo Milani

Che cosa ti spinge a produrre documentari nel difficile scenario italiano?
Riccardo Marchigiani: Innanzitutto, credo che il documentario sia una forma narrativa particolare, in grado di identificare dei piccoli talenti, ed è questo la prima ragione che spinge Biancafilm in tale direzione. Ad esempio, noi siamo stati in grado di produrre il film di Alessandro Angelini, L’aria salata, dopo aver prodotto due suoi documentari. Rispetto al cortometraggio, dove si identifica uno stile regia di una o due scene, nel documentario c’è un confronto con una storia, con dei personaggi e dei luoghi. Inoltre, si tratta di una formula particolare che si presta anche alla narrazione, siano documentari di venti minuti così come di due ore; è un genere che racchiude altri generi. In generale, siamo molto contenti dei documentari prodotti fino ad ora.

Quali sono i tuoi interlocutori quando stai iniziando un progetto? E nella fase finale?
Gli interlocutori sono classici e istituzionali; si tratta di una forma differente rispetto a quella dei cortometraggi o della fiction, quindi ci si rivolge soprattutto a strutture televisive, più che a logiche cinematografiche. Tra l’altro esistono trasmissioni televisive che commissionano la realizzazione di documentari per riempire i loro spazi. Noi abbiamo lavorato su commissione per “Un mondo a colori”, un programma di RaiEducational e “Sfide”, trasmesso da RaiTre. E’ più complicato rispetto ad altri generi, perché ci vuole un grande sforzo di immaginazione per capire quale direzione si sta seguendo, cosa si sta producendo e a chi si vuole vendere. In Italia c’è meno spinta rispetto all’Europa, anche se negli ultimi anni noto un’inversione di tendenza, forse grazie a casi eclatanti di grande successo. Prendiamo ad esempio il caso de La marcia dei pinguini o Il grande silenzio, che hanno entrambi catturato l’attenzione di un pubblico che magari, in questo senso, sta diventando più esigente.

Hai avuto unesperienza di coproduzione? Con chi?
La Biancafilm ha una lunga tradizione di co-produzione, soprattutto con realtà europee. In un panorama come quello attuale si deve cercare questa possibilità perché può aiutare il film ad inserirsi in un mercato estero. Oltre al fattore economico, cerchiamo sempre delle co-produzioni per poter dare visibilità al prodotto, fondamentale per la vita stessa del film. Si tratta per lo più di co-produzioni estere anche se, ad esempio, veniamo da un’esperienza altrettanto positiva tutta italiana, mi riferisco a “I diari dell’Orchestra”, che è solo l’inizio di un percorso, ma che fino ad ora ha dato ottimi segnali. Si tratta di un co-produzione di Biancafilm con RaiCinema, la Regione Lazio e Apollo 11, la realtà dalla quale è nata l’orchestra stessa. In questo caso il budget a disposizione non era altissimo, ma sicuramente considerevole rispetto alla media e ci ha permesso di utilizzare le ultime tecnologie, come girare in HD, una sfida accolta con successo dai primi registi coinvolti nel progetto. Ci aspettiamo delle buone prospettive per il futuro, soprattutto dalla nuova Film Commission di Lazio e Roma.