Italia, 2007
H8, colore, 61’
Regia: Yergant Gianikian, Angela Ricci Lucchi
Riprese: Yergant Gianikian, Angela Ricci Lucchi
Montaggio: Yergant Gianikian, Angela Ricci Lucchi
Suono:Yergant Gianikian, Angela Ricci Lucchi
Produzione: Yergant Gianikian,Angela Ricci Lucchi
Contatti
gkianrlucc@libero.it
Una collezione di giochi infantili, in materiali differenti: legno, ferro, carta, stoffa, gesso, celluloide, cera. L'epoca va dalla fine della Prima Guerra Mondiale agli anni Cinquanta.La provenienza: tutto il materiale è stato ritrovato sulle Dolomiti, “Un paese localizzato su quella macchia bianca del mappamondo spirituale dove una Cina di porcellana confina, sotto un cielo minerale con le rocce delle Dolomiti colorite di un rosso artificiale” (T.W. Adorno), in un villaggio che fino alla Prima Guerra Mondiale faceva parte dell'Austria.I luoghi di provenienza dell'accumulazione degli oggetti sono l'Europa dell'Est, l'Italia del Nord, la Russia, il Giappone. È predominante il carattere di confine dei materiali. Varie categorie lo costituiscono. Categorie umane, animali, vegetali, oggetti, in differenti scale ridotte ne fanno parte. Sono riconoscibili, al loro interno, le epoche storiche tra fascismi, nazismo e dopoguerra.L'immagine è vista attraverso una lente rovesciata. Negli oggetti rimpiccioliti appaiono le funzioni di un mondo contadino e rurale, i lavori agricoli, quelli legati agli animali, ai boschi, i lavori domestici, legati alla casa, ai suoi spazi, i mestieri tradizionali, le botteghe. Elementi del folklore e dei costumi popolari e religiosi.Catalogo di diecimila giochi miserabili sopravvissuti, di infanzie travolte da due guerre mondiali. Miniaturizzazione di materiali poveri: ombre lunghe del fascismo del nazismo: ROBERTO: Roma Berlino Tokio: Made in Italy, Germany, Japan. Ritrovati nei luoghi dove Gustav Mahler compose Das Lied von der Erde, appena prima della guerra: rappresentazione di un universo mitteleuropeo spazzato via. Nella serie dei pupazzi grotteschi (tutto è in cattivo stato, un arto si è perso, una testa si è perduta, un brandello di tessuto si è staccato) si annuncia uno sterminio e i suoi contorni discriminanti: appare il nero, il cinese, l'ebreo. Su di una stoffa la stella di David. I corpi sono scoloriti, screpolati, talvolta senza testa, le trame di tela degli arti, i tessuti logori, i volti espressionisti, sono quelli di Oh! Uomo. Tutto è stracciato, rovinato, corroso: le porcellane, l'organza, il bisquit, lo zucchero, la cartapesta, la celluloide, il caucciù, la cera, i materiali autarchici sfilano, decomposti e sgangherati, un tempo accarezzati, amati, con qualche singulto di suono. Orrore ancora una volta.I corpi sono marchiati, tatuaggi che indicano la loro provenienza. Sono così prigionieri del loro luogo di origine. Rimandano ai corpi dei lager.I corpi spezzati accatastati delle bambole, dei pupazzi, rimandano ad 'altri' corpi spezzati gettati accatastati, nelle fosse comuni delle guerre. (Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi)
Note biografiche
Yervant Gianikian è di origine armena. Ha studiato architettura a Venezia. Angela Ricci Lucchi è nata a Lugo di Romagna e ha studiato pittura a Vienna con Oskar Kokoschka. Vivono e lavorano insieme a Milano. Hanno realizzato un gran numero di film e installazioni, e pubblicato diversi articoli. Del 1986 è il film che li rende famosi in tutto il mondo: Dal Polo all’Equatore, lungometraggio realizzato a partire dai film del cineasta milanese Luca Comerio. I due autori mettono a punto la “camera analitica”, speciale macchina da presa autocostruita che permette loro di riprodurre il footage di partenza, reinquadrandolo, rallentandolo e modificandolo nel cromatismo. Si precisa l’idea di un cinema critico che riguarda i prodotti culturali dell’inizio del secolo, smascherandone l’ideologia e al tempo stesso mettendone in evidenza le inquietanti persistenze nel presente. Retrospettive dei loro lavori si sono tenute in Europa, Stati Uniti, Canada.
Ghiro Ghiro tondo, una filastrocca contro la Storia
di Cristina Piccino
Ghiro Ghiro tondo, anche qui lo spazio del mondo, della realtà, della Storia e del suo presente è parzialissimo, sono due mani e una serie di giocattoli, bamboline, soldatini talvolta esotici, c'è quello che arriva da Damasco, odalische, uccelli, neonati, bimbette, le boccucce rosa a cuoricino, gli occhi blu sotto a una frangia divenuta stopposa col tempo. Ci sono anche oggetti casalinghi, giochi da tavola ... Un giocattolo segue l'altro nel silenzio totale, non c'è musica che permette di distogliere lo sguardo, l'unico suono è il rumore secco, quasi implacabile della ripresa che dilaga sulla pellicola e sullo schermo. Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian realizzano con questo film, costruito in progressione - ne avevamo visto un primo frammento lo scorso anno (Procida, Il vento del cinema) un capolavoro. Nelle note i cineasti ci spiegano che i giocattoli sono parte di una collezione che va dalla fine della prima guerra mondiale agli anni Cinquanta, giocattoli del secolo e tra le due guerre, segni di colonialismi e di stermini. Sono di ferro, legno stoffa carta, celluloide, cera, un po' rovinati come da un vecchio rigattiere che non si cura della moda vintage. Arrivano da un villaggio sulle Dolomiti che faceva parte dell'Austria prima della Grande guerra, riflettono un mondo contadino, rurale, in diecimila angolazioni dall'apparenza allegra e con il ghigno dell'incubo. «Sono sopravvissuti alle infanzie sconvolte dalle guerre, ombre minaccianti di un fascismo e di un nazismo». La Storia dunque, un catalogo molto speciale che ne mostra pezzi di immaginario, rappresentazioni felici, la censura del conflitto, del dolore, della miseria, della lotta. Un po' quanto i due cineasti avevano già dispiegato in altri cataloghi o «inventari», nei film composti con gli archivi, la trama è cercare quanto il secolo finito riversa nel momento che viviamo, l'attualità nel suo essere storia e viceversa laddove specialmente la tendenza è rimuovere, il rifiuto della costruzione complessa per l'epifania dell' istante. Ghiro Ghiro tondo è anche una scommessa, come tutti gli altri loro film del resto, sull'immagine. La ricerca di una sua resistenza alla natura dilagante dello spazio chiuso il cui compito è abbassare la capacità critica, di costruzione del senso fornendo una spiegazione sempre lineare. Si narra per dire qualcosa che si sa, appena appena da angolazioni diverse, che si piega secondo una sola possibile inclinazione. Il cinema come soggetto in continua tensione interiore e verso lo spettatore parlando del mondo, è stata anche la poetica dichiarata del festival restio a quei film che riposano sulle loro storie, privi di vuoti e di possibilità di interpretazioni.
Gianikian e Ricci Lucchi ci obbligano invece a guardare dentro la sostanza dell'immagine, nel suo essere insopportabile o insostenibile con violenza perché questo vuol dire mettere in discussione le nostre abitudini al vedere, alla narrazione, al cinema stesso. Le mani senza volto sono l'umano, sono il narratore, il cineasta, la dichiarazione del suo esserci, il punto di vista che sceglie l'andamento degli oggetti, ne alterna le posture, li libera dalla scatola ma senza imporci una loro identità.
Ghiro ghiro tondo innocente filastrocca senza innocenza come quei giochi, come l'immaginario che è arma potente, costruisce mondi, culture, guerre e fa paura per questo chi lo sa maneggiare - quelle mani - per rovesciarne la filigrana del senso, liberarlo dal controllo, sprigionarne la forza antagonista. Alla fine si è sconvolti dalla potenza di queste immagini, e pensare che è solo un sorriso di bambola.
da «Il Manifesto», 11 luglio 2007